Passa ai contenuti principali

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché trovare un album meno che buono dei Labyrinth è tuttora impresa impossible. Piuttosto nell'interesse del pubblico, purtroppo scemato progressivamente ed in maniera incomprensibile. "Return To Heaven Denied Part II", "Architecture Of A God" e "Welcome To The Absurd Circus" sono capolavori che demoliscono tutta la concorrenza di settore, ed è francamente incredibile il fatto che un gruppo simile non sia impegnato in costanti tour massicci, dentro e fuori Italia. 


Il nuovo "In The Vanishing Echoes Of Goodbye" esce esattamente a quattro anni dal suo predecessore, il succitato "Welcome To The Absurd Circus" rilasciato coraggiosamente in pieno Covid 19. Ed il primo singolo "Welcome Twilight" si ricollega direttamente a quell'infausto periodo, con Roberto Tiranti ad intonare un memorabile "dopo che il circo dell'assurdo ha lasciato la città". Il pezzo è uno speed/power senza pietà, con quel "si vis, si vis pacem, pacem para bellum" cadenzato come se si trattasse di un infausto Carmina Burana odierno: strepitosi gli assoli incrociati dei Maestri (perché tali sono) Thorsen/Cantarelli. "L'addio libertà" (goodbye freedom) che anticipa "benvenuto al crepuscolo" (welcome twilight) è la fotografia perfetta di un'attualità più nera della pece, in cui le guerre sembrano diventate "vaccini" per virus e p(l)andemie. "Accept The Changes" inizia con magniloquente grandeur, ma ben presto il piede dell'acceleratore imprime una ritmica forsennata, stemperata da break di dosi melodiche che detengono il loro inconfondibile "imprimatur" stilistico. A tal proposito, ricordo ancora quando Olaf mi disse: "per i Vision Divine non uso stacchi acustici, non mi sembrerebbe un comportamento corretto: quelli appartengono ai Labyrinth". Ecco, sarebbe ora di riconoscere alla band una personalità netta ed inconfondibile, che su "In The Vanishing Echoes Of Goodbye" svetta con nitida consapevolezza artistica: lo dico soprattutto per il pubblico tricolore, visto che all'estero questa preziosa (e rara) caratteristica non è mai stata messa in discussione. Straordinario l'arpeggio iniziale di "Out Of Place", con Tiranti che attinge da tutto il suo enorme bagaglio di vocalità, per caratterizzare melodie che non esito a definire incantevoli: non può mancare l'accelerata centrale, tuttavia la parte del leone viene affidata alla cifra prettamente armonica del brano. "At The Rainbow's End" indirizza la prua verso uno speed/power contaminato dal prog e dal pomp rock, con Oleg Smirnoff che sale in cattedra grazie ad una maestria di arrangiamento che conta ben pochi eguali: e non solo in Italia! L'istinto naturale verso un heavy melodico tendente agli 80's, che Olaf ha spesso manifestato anche nei "suoi" Vision Divine (ricordate "Versions Of The Same" o "Land Of Fear"?), trova terreno fertile in "The Right Side Of This World", ed il risultato finale non può che rasentare la perfezione. "The Healing" possiede invece un tocco quasi taumaturgico: la coesione della band risulta talmente cementata da aggiungere una sensazione di alchemica "empatia" alla struttura del pezzo. Sublimi mo(nu)menti musicali che non si possono né inventare né improvvisare: o possiedi "il dono" o non lo possiedi. Tertium non datur. Alle soglie dell'AOR moderno "Mass Distraction", eppure le lyrics sono tutt'altro che "scanzonate": vanno infatti a colpire il "bersaglio grosso", ovvero la manipolazione mediatica che determina l'attenzione popolare su questa o quella problematica. Finta o vera che sia.


A "The Son I Never Had" tocca la palma di ballad dell'opera, ed anche se il testo è stato composto da Tiranti, la delicata argomentazione non può non ricordare quella "lettera al mio bambino mai nato" ("Letter To My Child Never Born") vergata col "sangue dell'anima" da Thorsen, esattamente su "9 Degrees West To The Moon" dei già menzionati Vision Divine. Rispetto alla traccia citata, amara ma decisamente heavy oriented, qui siamo davanti ad un vero e proprio slow, con chitarre acustiche e voce di Tiranti a formare un unico grido di dolore. "Inhuman Race" è il de profundis definitivo per una razza che ha perso appunto ogni traccia di umanità, e non solo dal punto di vista emotivo. "Ne usciremo migliori, ce la faremo, andrà tutto bene": slogan-cazzate per le foche da balcone, che ancora si chiedono come sia stato possibile passare da una pandemia ad una guerra nottetempo. Traccia superlativa, nel bel mezzo del guado tra power e prog metal che, senza usare troppi inutili giri di parole, certifica l'unione d'intenti di un album tra i più rappresentativi della band. E ce ne vuole! Spero solo che quegli "echi di addio" citati nel titolo siano destinati a rimanere una poetica licenza artistica, e non a trasformarsi in una triste dichiarazione d'intenti.


ALESSANDRO ARIATTI

Commenti

Posta un commento

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

MEGADETH "MEGADETH" (2026)

So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersu...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...