C’è un momento, entrando in "Ghost Reveries", in cui si capisce subito che non si tratta semplicemente di musica, ma di un’esperienza quasi rituale. Grazie alla visione di Mikael Åkerfeldt, gli Opeth non costruiscono solo canzoni: costruiscono ambienti, stanze mentali impregnate di colpa, visioni religiose distorte e identità che si frantumano sotto il peso di qualcosa di innominabile. Ogni dettaglio, dal riff alla linea vocale, porta la firma di un genio che sa trasformare la tecnica in narrativa emotiva. Questo disco nasce in un periodo particolare della band: è il primo con la nuova etichetta e segna anche l’ingresso stabile delle tastiere, aggiunte da Åkerfeldt e dai suoi collaboratori per dare una dimensione spettrale e quasi sacrale al suono. Ma più che un cambiamento tecnico, è una trasformazione emotiva orchestrata dal suo talento. Qui gli Opeth sembrano aver abbandonato ogni residuo di luce naturale per abbracciare un’oscurità più stratificata, più psicologica. Ed è ...
Tra la seconda metà degli anni 90 ed i primi vagiti del nuovo millennio, il power metal "cantereccio" di derivazione Helloween/Gamma Ray vive la sua epoca d'oro. Dischi che si vendono a palate (vedesi Stratovarius, Angra ecc.), ed una scena che prolifera di nuove realtà. A volte interessanti, altre sicuramente meno. Succede sempre così quando un determinato trend tira, si sa. Heavenly travalicano i confini geografici abituali del genere, solitamente diviso tra Germania e Scandinavia: vengono dalla Francia, esattamente dalla capitale Parigi, con i membri fondatori Benjamin Sotto (voce) e Maxence Pilo (batteria) che si trovano nel 1994 sotto la Tour Eiffel con una passione comune per i vari "Keeper Of The Seven Keys" e "Heading For Tomorrow". Quattro anni dopo, Noise Records offre al quartetto transalpino, nel frattempo completatosi con l'ingresso di Chris Savourey (guitar) e Laurent Jean (bass), un contratto per la realizzazione del loro primo albu...