C'era una volta l'hard rock: quello urgente, privo di fronzoli, crudo e cruento, impavido e terremotante. Nessuna barriera concettuale, nessuna divisione tra "ciò che è" e "ciò che dovrebbe essere". Poi il genere si è settorializzato, prigioniero di definizioni e neologismi vari, indotti da case discografiche con la benedizione della critica, che non vede l'ora di separare il suono in compartimenti stagni, di ingabbiarlo ad uso e consumo dei gusti del pubblico. È così che, dopo l'irruzione del Seattle sound, qualsiasi cosa che si affranchi da cori ammiccanti e produzioni sgargianti, diventa immediatamente "grunge". My Sister's Machine affondano le radici addirittura nel 1984, quando Owen Wright (chitarra) e Chris Gohde (batteria) si uniscono ai Mistrust, dei quali fa parte anche il cantante (ex Culprit) Jeff L'Heureux. I due incontrano nel 1989 Nick Pollock, che nel frattempo ha suonato negli Alice N' Chains, gruppo all'epoc...
“Wildhoney” dei Tiamat si manifesta come una cattedrale in rovina immersa nella nebbia, un’opera che respira lentamente, come se ogni nota fosse il battito stanco di un cuore antico. Non è semplicemente un album: è una discesa controllata nell’inconscio, un rituale sonoro che trasforma la materia grezza del metal in qualcosa di organico, visionario, quasi sacrale. Pubblicato nel 1994, in un momento in cui la scena estrema stava abbandonando la brutalità monolitica per esplorare territori più atmosferici e introspettivi, “Wildhoney” si impone come una mutazione necessaria. È il figlio oscuro di un’epoca di transizione, dove il death metal iniziava a dissolversi in forme più liquide, contaminandosi con psichedelia, doom e suggestioni ambientali. In questo contesto, il genio di Johan Edlund si erge come una guida febbrile: non un semplice compositore, ma un alchimista sonoro capace di distillare malinconia, alienazione e desiderio in un’unica sostanza ipnotica. L’apertura con “Whatever Th...