Chi, ancora oggi, continua a considerare gli Europe soltanto come "la band di The Final Countdown", magari in senso dispregiativo, evidentemente si limita ad una visione parziale e limitata nel tempo del quintetto svedese. Oltre che elargire scorrettezza a piene mani dal punto di vista intellettuale, si perora infatti un falso storico. 1986-1991: "The Final Countdown", "Out Of This World", "Prisoners In Paradise", un terzetto di album meravigliosi (parere personale) ma indubbiamente studiati per "piacere" al pubblico generalista: e questo è un fatto. È però altrettanto un dato oggettivo come, all'appello, manchino qualcosa come 35 anni di attività ed un'altra decina di dischi che, del consenso mainstream, se ne sono sempre largamente strafottuti. E allora, come la mettiamo? Quali sono i "veri" Europe? Come tutte i grandi, perché tali sono, Joey Tempest e soci non si accontentano di fare da replicanti di un suono che ap...
Ci sono dischi che ascolti. E poi ci sono dischi che ti guardano negli occhi. Come "Golgotha". Quando i W.A.S.P. lo pubblicano nel 2015, dopo sei anni di silenzio discografico, non tornano semplicemente con un nuovo album. Tornano con il peso di una storia enorme sulle spalle, con le cicatrici di decenni di strada e con una domanda che sembra attraversare ogni solco: quanto dolore può sopportare un uomo prima di spezzarsi? Il titolo non lascia spazio a equivoci. Golgotha è il luogo della crocifissione, ma qui diventa soprattutto una condizione dell'anima. È il punto in cui l'uomo viene messo davanti alla propria sofferenza, alle proprie colpe, alle proprie perdite. È il luogo dal quale non puoi scappare. E Blackie Lawless sembra volerci portare esattamente lì. Non c'è più la provocazione adolescenziale degli esordi, non c'è più soltanto il gusto dello scandalo. C'è qualcosa di molto più inquietante: la consapevolezza del tempo che passa. La voce di Lawles...