L'avevo già scritto due anni fa, all'uscita dello splendido "=1", che il chitarrista Simon McBride riportava finalmente nei Deep Purple quel tocco hard rock che tanto era mancato ai tempi di Morse. Senza voler mancare di rispetto al sublime Steve, il gruppo necessitava infatti di una "manualità" più decisa, perché il percorso simil-Bolin dell'ex Dixie Dregs aveva esplorato ormai tutto ciò che era possibile in album come "Purpendicular" (1996), il sottovalutato "Bananas" (2003: in realtà sublime per scrittura ed esecuzione formale), e durante il periodo della rinascita commerciale sotto la guida di Bob Ezrin. Il produttore riportava infatti i DP a quote più "normali" di popolarità, grazie ai vari "Now What?!", "Infinite" e "Whoosh", il cui unico difetto era rappresentato da una sovrabbondanza di brani che poteva essere limato in fase di pubblicazione. Gillan e Glover sono concordi nel dire che la...
Ci sono album che si ascoltano. E poi ci sono album che si attraversano, come una foresta immersa nella nebbia, dove ogni albero custodisce un segreto e ogni passo conduce verso un destino inevitabile. "Deliverance" appartiene a questa seconda categoria. È un monumento di pietra nera, un castello gotico costruito su riff ciclopici, malinconia, ed una sensibilità compositiva che nessun'altra band è riuscita a replicare con la stessa naturalezza. Dopo il trionfo di "Blackwater Park", gli Opeth avrebbero potuto limitarsi a perfezionare la formula che li aveva consacrati. Invece Mikael Åkerfeldt sceglie la strada più difficile: esplorare le due anime opposte della propria musica. Da una parte il buio assoluto di "Deliverance", dall'altra la fragile contemplazione di "Damnation", registrati nello stesso periodo, ma destinati a rappresentare due estremi della medesima visione artistica. Se "Damnation" è il crepuscolo che avvolge il ci...