Ci sono dischi che ascolti. E poi ci sono dischi che ti guardano negli occhi. Come "Golgotha". Quando i W.A.S.P. lo pubblicano nel 2015, dopo sei anni di silenzio discografico, non tornano semplicemente con un nuovo album. Tornano con il peso di una storia enorme sulle spalle, con le cicatrici di decenni di strada e con una domanda che sembra attraversare ogni solco: quanto dolore può sopportare un uomo prima di spezzarsi? Il titolo non lascia spazio a equivoci. Golgotha è il luogo della crocifissione, ma qui diventa soprattutto una condizione dell'anima. È il punto in cui l'uomo viene messo davanti alla propria sofferenza, alle proprie colpe, alle proprie perdite. È il luogo dal quale non puoi scappare. E Blackie Lawless sembra volerci portare esattamente lì. Non c'è più la provocazione adolescenziale degli esordi, non c'è più soltanto il gusto dello scandalo. C'è qualcosa di molto più inquietante: la consapevolezza del tempo che passa. La voce di Lawles...
Diamo finalmente seguito alla prima parte della discografia commentata, dedicata alla band newyorkese circa due anni fa. Stavolta tocca alla decade 2000-2010, certamente meno significativa dell'innovativa prima fase, pur tuttavia non priva di picchi creativi notevoli. "SIX DEGREES OF INNER TURBULENCE" (2002) Quando scrivi un capolavoro, il disco successivo è sempre un problema. Tra "Scenes From A Memory" e "Six Degrees Of Inner Turbulence" passano ben tre anni, un tempo fisiologico per prenderne le distanze ed evitare tentativi di emulazione. Infatti, il nuovo album dei Dream Theater (peraltro il loro primo doppio cd) si conferma ben diverso, nelle tematiche e nello stile musicale. Almeno per metà. Le cinque composizioni, contenute sulla prima parte dell'opera, contemplano temi che esulano totalmente dalla modalità concept, come l'iniziale "The Glass Prison", nella quale Portnoy affronta i fatidici dodici passi per uscire dalla trappo...