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MY SISTER'S MACHINE "DIVA" (1992)

C'era una volta l'hard rock: quello urgente, privo di fronzoli, crudo e cruento, impavido e terremotante. Nessuna barriera concettuale, nessuna divisione tra "ciò che è" e "ciò che dovrebbe essere". Poi il genere si è settorializzato, prigioniero di definizioni e neologismi vari, indotti da case discografiche con la benedizione della critica, che non vede l'ora di separare il suono in compartimenti stagni, di ingabbiarlo ad uso e consumo dei gusti del pubblico. È così che, dopo l'irruzione del Seattle sound, qualsiasi cosa che si affranchi da cori ammiccanti e produzioni sgargianti, diventa immediatamente "grunge". My Sister's Machine affondano le radici addirittura nel 1984, quando Owen Wright (chitarra) e Chris Gohde (batteria) si uniscono ai Mistrust, dei quali fa parte anche il cantante (ex Culprit) Jeff L'Heureux. I due incontrano nel 1989 Nick Pollock, che nel frattempo ha suonato negli Alice N' Chains, gruppo all'epoc...
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TIAMAT "WILDHONEY" (1994)

“Wildhoney” dei Tiamat si manifesta come una cattedrale in rovina immersa nella nebbia, un’opera che respira lentamente, come se ogni nota fosse il battito stanco di un cuore antico. Non è semplicemente un album: è una discesa controllata nell’inconscio, un rituale sonoro che trasforma la materia grezza del metal in qualcosa di organico, visionario, quasi sacrale. Pubblicato nel 1994, in un momento in cui la scena estrema stava abbandonando la brutalità monolitica per esplorare territori più atmosferici e introspettivi, “Wildhoney” si impone come una mutazione necessaria. È il figlio oscuro di un’epoca di transizione, dove il death metal iniziava a dissolversi in forme più liquide, contaminandosi con psichedelia, doom e suggestioni ambientali. In questo contesto, il genio di Johan Edlund si erge come una guida febbrile: non un semplice compositore, ma un alchimista sonoro capace di distillare malinconia, alienazione e desiderio in un’unica sostanza ipnotica. L’apertura con “Whatever Th...

WELCOME TO THE JUNGLE OF AC/DC: QUANDO AXL ROSE RIMPIAZZO' BRIAN JOHNSON

Dieci anni fa, il mondo del rock viene sconquassato da una notizia che ha dell'incredibile. Brian Johnson, storica voce alla cartavetrata degli AC/DC dai tempi del leggendario "Back In Black", è ufficialmente esautorato (licenziato pare brutto) dal suo ruolo di frontman della band australiana. Motivo? Pare che si sia sfondato i timpani per la sua smodata passione verso le auto da corsa, e che ciò lo abbia condotto ai limiti della sordità. Compromettendo, è ovvio, la sua possibilità di esibirsi live. Il problema è che il gruppo ha una lunga "leg" del tour ancora da onorare. Che fare, quindi? Annullare il tutto oppure trovare un improbabile sostituito? Sia mai detto che la macchina del rock'n'roll degli AC/DC plachi la sua sete di palco e di musica live! Il tour di "Rock Or Bust" si arena ad Atlanta, a marzo 2016; ed è proprio nella città americana che viene segnalato Axl Rose all'uscita di uno studio assieme ad Angus Young e soci. Ovviamente...

ROSS THE BOSS, THE KING OF METAL: NON LO DIMENTICHEREMO!

Oggi pesa più di qualsiasi altra cosa: la scomparsa di Ross the Boss trasforma la nostra percezione della storia del metal. Con lui, "Kings Of Metal" non è soltanto un disco, ma un monumento eterno, scolpito nell’acciaio, un sigillo indelebile di orgoglio, potenza e visione assoluta. Il 1988 è un anno di biforcazione per il metal. Da una parte la furia del thrash e dello speed, dall’altra la lucentezza commerciale del glam e del rock melodico. I Manowar rifiutano entrambe le strade: scelgono la purezza estrema, l’assoluto, l’epica totale. Ogni nota, ogni riff, ogni battito di batteria è progettato per resistere al tempo, per rimanere scolpito nella memoria dei fan. Ed è per questo che "Kings Of Metal" non ha difetti: non perché sia perfetto secondo regole convenzionali, ma perché crea le proprie leggi e le segue con assoluta coerenza. Per capire la grandezza di questo album, bisogna guardare indietro alla storia dei Manowar. "Battle Hymns" era la pietra an...

MARDUK "PANZER DIVISION MARDUK" (1999)

"Panzer Division Marduk" non è un semplice album: è un’assalto frontale, una dichiarazione di guerra sonora che definisce il black metal estremo in modo assoluto. Pubblicato nel 1999, in un’epoca in cui molte band stavano cercando di espandere i confini del genere con atmosfere sofisticate, melodie complesse e sperimentazioni progressive, i Marduk hanno scelto la via più diretta e brutale possibile. Niente compromessi, niente fronzoli: solo velocità devastante, aggressione incessante e un muro di suono che travolge senza pietà. L’apertura con “Panzer Division Marduk” è il manifesto del disco. Blast beat micidiali, chitarre taglienti come rasoi e una produzione ruvida, quasi chirurgica nella sua freddezza, creano immediatamente un senso di caos totale. Questo brano non introduce semplicemente l’album: lo dichiara. La guerra sonora è aperta, e ogni ascoltatore viene travolto dal primo secondo. È un inizio che lascia senza fiato, un pugno in faccia che stabilisce il tono conclus...

MAYHEM "LITURGY OF DEATH" (2026)

"Liturgy Of Death" non è musica, è un’infezione che ti corrode l’anima: ogni nota, ogni blast-beat, ogni urlo è un morso che ti strappa via la volontà, ti avvolge come nebbia tossica e ti lascia contuso e vuoto. Come se il mondo fosse ridotto a cenere dentro di te, qui il black metal diventa malattia che si insinua nei nervi e ti paralizza, costringendoti a confrontarti con la disperazione più pura. Non è per chi cerca emozione o estetica, ma per chi vuole essere sfregiato dall’oscurità stessa. "Despair" definisce il disco con una spirale di dissonanza e tensione che ti afferra subito per il cervello, le chitarre stridono come artigli che scavano tra i pensieri, e la batteria pulsa incessante come il battito di un cuore morente. Il ritmo non concede respiro e sembra spremerti fino all’ultima goccia di energia, fino a farti sentire ogni fibra del corpo come carne viva esposta al gelo. Le urla penetrano la mente, strappando via ogni senso di sicurezza o controllo: è u...

AXEL RUDI PELL "GHOST TOWN" (2026)

65 anni, 37 di carriera solista, più quelli precedenti passati negli Steeler. Eppure c'è ancora gente che gli degna al massimo un'alzatina di spalle, in segno di un rispetto magari dovuto, ma non del tutto sentito. Come ho già precisato in altre occasioni, è dal 1996 che sento la stessa solfa su Axel Rudi Pell: scrive sempre il solito disco, esegue le medesime cose, registra canzoni fotocopia, eccetera eccetera. Sarebbe molto semplice liquidare la discussione con un "provateci voi se ne siete capaci", ma le pagine vanno riempite, e le opinioni giustamente argomentate. Partiamo da un dato di fatto, non da un giudizio soggettivo: il chitarrista tedesco ha letteralmente tirato fuori dalla naftalina un talento come Johnny Gioeli nel 1998, di pura razza Hardline, piazzandolo nella posizione che fu di Jeff Scott Soto. All'epoca molti storsero il naso, denunciando una possibile svolta hair metal, dato il curriculum del cantante americano. La bontà di "Oceans Of Time...

EXODUS "GOLIATH" (2026)

Se "Goliath" ti sembra un disco “deludente”, il problema non è il disco: sei tu. Gli Exodus non scrivono per compiacere, ma per spazzare via ogni aspettativa pigra e ogni critica superficiale. Questo è un manifesto di potenza e coerenza, costruito da una band che ha attraversato più di quattro decenni senza perdere identità o fame. Fondata nei primi anni ’80 a San Francisco, Exodus è stata tra le protagoniste della nascita del thrash metal insieme a Metallica e Slayer. Dal leggendario "Bonded by Blood" fino a dischi come "Fabulous Disaster" ed "Impact Is Imminent", la band ha sempre fatto della violenza musicale e della tensione sonora il proprio marchio di fabbrica. Cambi di line-up, periodi difficili, mode passeggere: niente ha mai fermato gli Exodus. Quando Rob Dukes entra nella band, porta una nuova dimensione alla voce degli Exodus. I suoi dischi con la band includono "Shovel Headed Kill Machine" (2005), "The Atrocity Exhibiti...

SEPULTURA "ARISE" (1991)

Nel 1991 il metal è in una fase di assuefazione: produzioni lucide, riff tecnici, show patinati. La rabbia originaria del thrash sta lentamente evaporando. Poi arriva "Arise" e ti sbatte in faccia la verità: il metal può ancora mordere, può ancora sanguinare, può ancora urlare. Questo disco nasce a Belo Horizonte, un inferno urbano brasiliano dove la povertà non è un concetto: è la realtà quotidiana. Qui non ci sono scuole di musica, studi professionali, oppure etichette pronte a finanziare sogni. Ci sono solo ragazzi incazzati, strumenti improvvisati, cassette passate di mano in mano, e una fame feroce di essere ascoltati, di non scomparire nell’oblio del mondo metal occidentale. Max e Igor Cavalera crescono in questa giungla urbana, e quella frustrazione diventa carburante per ogni nota. La title track "Arise" è un pugno nello stomaco fin dal primo secondo. Riff taglienti, batteria che martella come un macigno e la voce di Max che vomita rabbia, odio e frustrazion...

BLIND GUARDIAN "FOLLOW THE BLIND" (1989)

Il power metal è stato, ed è tuttora, un genere piuttosto divisivo. C'è chi lo ama incondizionatamente, ed arriva addirittura ad eleggerlo quasi ad "unicum" in fase di ascolto; chi, invece, lo ritiene stereotipato e, nel peggiore dei casi, edulcorato. La verità sta, come sempre, nel mezzo. Di certo non si può contestare l'importanza dei Blind Guardian, quartetto made in Deutschland che inizia a prendere piede sul finire degli 80's, raggiungendo la consacrazione definitiva nel corso della decade successiva. Dopo il semisconosciuto EP "Lucifer's Heritage: Symphonies Of Doom", e soprattutto il primo LP "Battalions Of Fear", arriva nel 1989 l'eccellente "Follow The Blind", che già include la stragrande maggioranza delle caratteristiche sciorinate da Hansi Kursch e soci nelle prove successive. Almeno fino ad "Imaginations From The Other Side", quando il budget produttivo dei Blind Guardian si arricchisce a dismisura, e la...