Parlare di "Dirt" degli Alice in Chains non è un esercizio di nostalgia: è come aprire una ferita che non ha mai davvero smesso di sanguinare. Uscito nel 1992, in piena esplosione del cosiddetto “grunge” di Seattle, il disco si distingue subito dalle altre produzioni dell’epoca. Non c’era alcuna voglia di inseguire mode o etichette: gli Alice in Chains erano un gruppo cazzuto, duro, con un approccio quasi metal, e Dirt ne è la prova più autentica. Non erano “grunge” nel senso edulcorato con cui la stampa li definiva: erano più abrasivi, più crudi, più diretti. Questo disco non è solo rock, non è solo grunge: è un abisso sonoro in cui ti senti trascinare e da cui sai che non uscirai intatto. L’album è un viaggio tra dipendenza, alienazione, autodistruzione e angoscia interiore. Ogni traccia sembra scritta con la polvere negli occhi e il dolore nella voce. Layne Staley non è semplicemente un cantante: è una macchina emotiva, un cronista del vuoto, e la sua voce in Dirt diventa ...
Nascono dalla fervida immaginazione di Greg Anderson dei Sunn O))), che trova nella voce di Peter Stahl l'archetipo perfetto per una creatura altamente visionaria ed artisticamente maledetta. "Et In Arcadia Ego", cita la ricca simbologia occulta di copertina: "Il Fiore Del Contagio" è il titolo scelto. Goatsnake, ovvero caprone e serpente, il nome del gruppo: penso che non occorra aggiungere nulla per descrivere l'immaginario della situazione. Il suono prescelto è caldo come il sole del deserto, algido come la desolazione lunare notturna che segue. C'è il doom/stoner, certo, ma c'è anche tanto blues immerso nelle "tristi ali del destino", che rende la proposta di "Flower Of Disease" un unicum nel panorama del settore. In questo senso, Stahl è decisivo per differenziare la proposta da un Electric Wizard qualsiasi, con tutto il rispetto dovuto alle scelte integraliste di Juss Osborne e soci. Non vorrei esagerare, visto che si tratta...