Nel cuore oscuro della Svezia del 1987, un vento oscuro soffia tra foreste innevate e cimiteri dimenticati, e da quel gelo emerge un disco che non conosce compromessi, pietà o luce: "Under The Sign Of the Black Mark" dei Bathory. Un rito antico, inciso nel ghiaccio e nel fuoco, un invito a varcare la soglia dell’oscurità più profonda, dove il male diventa legge ed il freddo diventa carne dell’anima. In quell’epoca, il metal estremo è ancora un campo selvaggio, e quest'opera squarcia il velo tra brutalità sonora e rito infernale, gettando le fondamenta del black metal norvegese e scandinavo in generale. L’apertura è affidata a "Nocternal Obeisance", un'intro propiziatoria che prepara l’ascoltatore ad un viaggio attraverso lande desolate e correnti di malvagità primordiale. "Massacre" esplode subito dopo, come una lama che trafigge l’aria: crudezza assoluta e furia glaciale, con chitarre e batteria che non lasciano respiro. "Woman Of Dark Desire...
Parlare di "Dirt" degli Alice in Chains non è un esercizio di nostalgia: è come aprire una ferita che non ha mai davvero smesso di sanguinare. Uscito nel 1992, in piena esplosione del cosiddetto “grunge” di Seattle, il disco si distingue subito dalle altre produzioni dell’epoca. Non c’era alcuna voglia di inseguire mode o etichette: gli Alice in Chains erano un gruppo cazzuto, duro, con un approccio quasi metal, e Dirt ne è la prova più autentica. Non erano “grunge” nel senso edulcorato con cui la stampa li definiva: erano più abrasivi, più crudi, più diretti. Questo disco non è solo rock, non è solo grunge: è un abisso sonoro in cui ti senti trascinare e da cui sai che non uscirai intatto. L’album è un viaggio tra dipendenza, alienazione, autodistruzione e angoscia interiore. Ogni traccia sembra scritta con la polvere negli occhi e il dolore nella voce. Layne Staley non è semplicemente un cantante: è una macchina emotiva, un cronista del vuoto, e la sua voce in Dirt diventa ...