So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersun) firmare il testamento dei Megadeth; e se non può essere assolutamente messa in discussione la sua preparazione tecnica, sull'incisività del suo operato ci sarebbe da discutere. Diciamo poi la verità: ognuno di noi si fa ormai "tentare" dai singoli anticipatori, rilasciati sulle varie piattaforme a diversi mesi di anticipo dall'uscita dei rispettivi dischi. Ebbene, chi non si è esaltato ascoltando "Tipping Point"? Un brano ficcate, incisivo, con un riffing tagliente come una lama ed una bella linea melodica: degna, se non dei Megadeth più celebrati ("Peace Sells" e "Rust In Peace"), almeno di quelli più mainstream che firmarono "Countdown To Extinction" e "Youthanasia". I problemi vengono subito dopo: "I Don't Care" suona cafona ed inutilmente finto-punk, "Let There Be Shred" è tutto fumo e niente arrosto, in pratica una sterile lezione di bello stile. Decisamente meglio le strutture semplici e "circolari" di "Hey God" e "Puppet Parade", che mettono in mostra armonie certamente già sentite ma almeno memorizzabili quasi all'istante.
Funzionano i Megadeth in versione Ratt di "Another Bad Day", con quel vizioso suono di chitarra che induce Dave a ripescare il passato di "Cryptic Writings", ma anche la rutilante "Made To Kill": e pazienza se il suo sound thrash "wannabe" rimane soltanto una vana illusione all'orizzonte. "I Am War" e "The Last Note" teorizzano la loro celebre formula (ipotizzata nel lontano 1992) di "semplicità+tecnica sublime=grandi canzoni", ma purtroppo riescono solo in parte nell'ambizioso intento di rinverdire gli antichi fasti. Ed a proposito di "old times", personalmente ho trovato tutt'altro che riprovevole la versione di "Ride The Lightning", sulla cui paternità Dave non transige. Se veramente capitolo conclusivo sarà (ma attendiamoci un tour d'addio pressoché eterno), si può dire che la saga Megadeth viene sigillata da una prova che non induce né alla lode né all'infamia. A voi la scelta se cedere o meno al demone del completismo.
ALESSANDRO ARIATTI

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