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PONTE DEL DIAVOLO "DE VENOM NATURA" (2026)

Ponte del Diavolo sono stati una piacevolissima "surprise", almeno per me, quando uscì il loro primo lavoro sulla lunga distanza nella primavera 2024. Sto ovviamente parlando di "Fire Blades From The Tomb", un disco sotto molti aspetti originale e coraggioso, che pagava soltanto una certa dose di inesperienza nel mixaggio. Troppo "lontana" negli speaker la voce di Erba del Diavolo; la sua attitudine, a metà tra sacerdotessa punk ed inquietante diva infernale, avrebbe meritato una superiore valorizzazione. Il mix stilistico proposto risultava però convincente, tra sfuriate black, rallentamenti doom ed occasionali ammiccamenti verso psych e post new wave. "De Venom Natura" corregge il tiro con una produzione perfettamente bilanciata, evidentemente per riparare i difettucci del predecessore: dall'altra parte ne sostiene invece la continuità stilistica, in virtù dei meritati riconoscimenti ottenuti. Il titolo richiama ovviamente De Rerum Natura di Lucrezio, poema didascalico di carattere epico-filosofico del primo secolo A.C., imbastardendo la lingua latina con l'inglese "Venom" (veleno). Non basta: l'opener "Every Tongue Has Its Thorns" sembra prendere semanticamente in giro i Poison della quasi omonima "Every Rose Has Its Thorn". E non credo che "rose" sia stata trasformata in "tongue" a caso, visto che quel disco dei Poison sfoggiava una lunga e coloratissima lingua in copertina (almeno sulla versione non censurata). Musicalmente parlando, invece, siamo davanti al brano che più si avvicina alle tematiche di "Fire Blades From The Tomb", con i due bassi che pompano una ritmica assai sostenuta. E come nell'esordio, anche qui si passa all'italiano, con "Lunga Vita Alla Necrosi" e con "Il Veleno Della Natura": la prima è una traccia che mostra un lato evolutivo espresso in un sound più ricercato, soprattutto nella sovrapposizione delle melodie vocali. La seconda si dipana in una "finta ballad" cupa ed ipnotica, che paga dazio a certe sonorità tricolori degli anni 70 (esplosione speed a parte). Una tradizione che, evidentemente, continua a fare proseliti anche fra le realtà più giovani. Altro momento significativo si rivela "Spirit, Blood, Poison Ferment!", dove scelte sperimentali e metal estremo, lungi dal cozzare tra loro, costituiscono una perfetta unione d'intenti. E se "Silence Walk With Me" torna ad un'intensità ritmica piuttosto sostenuta, "Delta-9 (161)" punta al lato psychedelic dei Ponte del Diavolo. L'artwork dell'opera, rigorosamente black&white, è opera di Francesco Dossena, nome di spicco per le tavolozze di Dylan Dog. In questo senso, anche la riuscita cover di "In The Flat Field" (delle icone dark 80's Bauhaus) assume un significato compiuto per l'occasione. Confermarsi non è mai facile, Ponte del Diavolo ci sono riusciti. Senza se e senza ma.
ALESSANDRO ARIATTI

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