È alquanto bizzarro che una band aspetti di arrivare all'ottavo album per battezzarlo in modo omonimo. Significa essenzialmente una cosa: che nutre nei confronti di questa nuova collezione di canzoni una fiducia illimitata. Provate ad ascoltare in sequenza i dischi degli Alter Bridge, dal leggendario "One Day Remains" fino a questa fatica datata 2026. Noterete una progressione di stile, un arricchimento di particolari che, pur non andando a stravolgere il suono che li ha resi famosi, ne ha mutato profondamente l'approccio. E, conseguentemente, la percezione del pubblico. Personalmente ho amato ogni capitolo dei cosiddetti "Myles Kennedy+Creed", compreso l'ultimo "Pawns And Kings" che a me era sembrata francamente opera di alto livello. In "Alter Bridge" ci sono le sferzate di hard rock moderno ai limiti del metal, alternate a momenti di libidine elettro-acustica ("Hang By A Thread" su tutte) dove la voce dell'ex Mayfield Four emoziona alla solita maniera delle varie "Watch Over You" o "Broken Wings". Quando un gruppo inizia ad inanellare così tanti album, diventa difficile pensare a graduatorie o classifiche di merito: solitamente ci si limita a constatare la bontà dei pezzi e lo stato di forma compositiva. Che, nel caso di "questi" Alter Bridge, a me pare assolutamente fuori discussione. Sono stato appositamente lontano dalle solite anticipazioni dei singoli (quattro, se non vado errato) via YouTube, Spotify ecc., per riuscire a godere del lavoro nella sua interezza una volta rilasciato sul mercato: esattamente come si faceva una volta. Basta comunque poco per capire che, tra le dodici tracce, almeno la metà di queste potrebbero essere destinate a diventare futuri classici del repertorio live. Da "Silent Divide" a "Tested And Able", passando per "Rue The Day" e "Trust In Me", fino all'apoteosi della "suite" finale (ben nove minuti!) a titolo "Slave To Master". Diciamo che "Alter Bridge" è AB nella sua essenza, visto che risulta impattante come un "Fortress" ma anche intrigante quanto un "The Last Hero", con tutti gli annessi e connessi maggiormente mainstream. Tremonti e Kennedy fanno ovviamente gara di bravura interpretativa, portando in dote due approcci diametralmente opposti come quelli dei loro ultimi dischi solisti: rispettivamente il martellante "The End Will Show Us How" del primo, e lo zen-oriented "The Art Of Letting Go" firmato dal secondo. Lo "scontro" di visuali artistiche porta ad una sinergia meravigliosa, tra le più caratteristiche ed originali del nuovo millennio. Sarebbe ora di affermarlo senza tanti giri di parole.
ALESSANDRO ARIATTI
Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...



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