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SAVATAGE "HALL OF THE MOUNTAIN KING" (1987)

 



Siamo nel 1987, un'annata foriera di dischi clamorosi, destinati a scrivere la storia. Ed è esattamente tra un "Into The Pandemonium" ed un "Keeper Of The Seven Keys Part. 1", un "Among The Living" ed un "The Legacy" che, tra le perplessità generali, i Savatage tornano sul mercato con un nuovo album. Dico perplessità perché, a discapito del metal furente di "Sirens" e "Power Of The Night", la band dei fratelli Oliva è reduce da un lavoro criticatissimo come "Fight For The Rock", in cui la loro forza dirompente viene annacquata da un suono molto più commerciabile. Le ragioni verranno conosciute solo in seguito, quando lo stesso Jon Oliva dirà che le canzoni di quel disco, al di là dei credits, erano già state scritte da "qualcun altro": non ci sono conferme in merito da parte della casa discografica (Atlantic), quindi mi limito ad esporre il punto di vista del cantante americano, raccolto in una delle nostre chiacchierate. Il quartetto della Florida ricorda oggi il lavoro menzionato con l'acronimo "Fight For The Nightmare", quasi a voler ricordare il periodo non certo felice attraversato all'epoca, a causa di un'opera palesemente poco spontanea e rilasciata per doveri contrattuali. Tuttavia, oltre all'incubo, quell'album si porta dietro anche un dono artistico, perché è proprio nel corso del tour a supporto che i Savatage entrano in contatto con il produttore ed arrangiatore Paul O'Neill. Chi ha seguito la carriera del gruppo nella sua interezza, saprà benissimo che stiamo parlando del quinto o sesto membro (a seconda della configurazione numerica) fisso, il "genius" ex machina che affiancherà Jon Oliva fino alla sua scomparsa nel 2017. O'Neill si occupa della produzione del nuovo "Hall Of The Mountain King", e da subito le sue competenze in campo operistico/sinfonico si fanno sentire, retaggio di esperienze vissute tra i musical di Broadway. Certo, l'approccio del 33 giri è violentemente metal, tuttavia la grandeur di cui godono canzoni come la monumentale title-track, il power doom di "Beyond The Doors Of The Dark", oppure il singolo "Strange Wings" (troviamo pure Ray Gillen ai cori), è qualcosa di mai sperimentato nei precedenti capitoli degli Oliva Brothers. Chi aveva storto (giustamente) il naso nel vedere i Savatage trasformati in una "quasi hair band" ha di che gioire non appena la luciferina opener "24 Hours Ago" spiega le sue "strane ali" sulle spalle dell'ascoltatore, quasi ad avvolgerlo in un abbraccio mortale. Oppure quando il basso di John Lee Middleton, in pieno "trip" Geezer Butler, inaugura l'apocalittica "Legions".
Big Jon lancia i suoi "carnivori" strali con la ferocia di un leone che si avventa sulla malcapitata preda, ed il fratello Criss lo asseconda con una serie di riff ed assoli lancinanti. Non credo di esagerare affermando che "Hall Of The Mountain King" rappresenti uno dei più fulgidi esemplari del metal made in USA, tanto che la stessa band ne eviterà volutamente il confronto con gli step successivi, spostando il proprio trademark verso sentieri altrettanto intensi, eppure permeati da una magniloquenza differente. A partire ovviamente dal capolavoro senza tempo "Gutter Ballet", e dal concept metafisico "Streets". L'irruenza di un mid tempo corazzato come "The Price You Pay", l'intransigenza ai limiti dello speed di "White Witch", ad esempio, verranno trattate in futuro con una maggiore cura per la spettacolarizzazione mai fine a sé stessa, eppure sempre attenta alla drammaticità della proposta di una band che non esito a definire unica. Nonché inimitabile, in un processo evolutivo decisamente prossimo alla genialità, almeno se applicata all'arte delle sette note. La conclusiva "Devastation" (titolo azzeccatissimo), con quel riff più sabbathiano degli stessi Black Sabbath, è l'indimenticabile epilogo di un disco straordinario per potenza, epicità e caratteristiche taumaturgiche verso un genere, l'heavy metal, che già inizia a richiedere nomi credibili in vista di un ricambio generazionale rispetto ai mostri sacri provenienti dai Seventies. Si può dire lo stesso oggi? Io non credo.

ALESSANDRO ARIATTI








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