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THE BLACK CROWES "AMORICA" (1994)


Sono passati ormai trent'anni, eppure "Amorica" rischia di essere ricordato più per la sua copertina "pelosa" autografata Hustler che non per la sua consistenza musicale. Ed è un peccato perché, accantonato l'impatto dei tormentoni killer targati "Shake Your Moneymaker" ed il revival sudista di "The Southern Harmony And Musical Companion", i fratelli Robinson cambiano nuovamente pelle. È il 1994, un periodo di "passaggio" in cui l'evocazione dei Seventies puzza più di contratti a tavolino che non di una "forma artis" sentita. L'accusa non può certo essere riversata su The Black Crowes, la cui devozione alla causa si conferma scevra da beceri calcoli approfittatori. E da tempi non sospetti. "Amorica" esce con i favori del pronostico, e la già citata cover sembra messa lì apposta più per fini sensazionalistici che per giustificarne i contenuti. Gli spavaldi ragazzini che suonavano versioni rinvigorite dei classici di Otis Redding, facendosi largo a furia di spallate hard rock, sono diventati fini dicitori della tradizione americana "tutta". L'album suona infatti come la fatidica "quadratura" del cerchio, in una sorta di percorso a ritroso che cannibalizza persino tendenze gospel, rielaborandole e rendendole coerenti al quadro artistico esibito. Solo chi possiede un talento sconfinato, nonché una sensibilità fuori dal comune, può addentrarsi in simili personalizzazioni. The Black Crowes avrebbero infatti potuto limitarsi ad una sontuosa copia carbone della redditizia "formula" vincente, sciorinata con la sicurezza dei maestri in "Southern Harmony", tuttavia l'eccitazione di un nuovo azzardo ha nuovamente la meglio.  L'irresistibile crossover tra umorali fermenti blues ed elettriche asprezze sudiste, generato con inusitata classe dal succitato capolavoro, trova infatti un'ulteriore evoluzione/involuzione tra i meandri stilistici di "Amorica". Il root rock dei Corvacci spinge le lancette dell'orologio ulteriormente all'indietro, amplificando la cifra vintage in brani di sostanza come "Gone" ed il singolo apripista "A Conspiracy". Si sente baluginare tutta l'aura trasgressiva dei 70's, con due chitarre elettriche meravigliosamente incisive, il battente drumming di Gorman, ed i limacciosi tasti d'avorio di Harsch, che orientano un flusso sonoro senza compromessi temporali. Dal canto suo, Chris Robinson si sgola come un ossesso, senza però dimenticare di esporre all'occorrenza tutta la propria anima da "soul man". Vedi il capolavoro "Descending", con il pianoforte del già citato (e compianto) Harsch nuovamente protagonista assoluto. Rispetto al festaiolo "Shake Your Moneymaker" sembra di avere davanti quasi un'altra band: prima l'inseguimento della perfetta alchimia, poi il piazzamento del colpo ferale, in un crescendo musicale di rara coerenza. Non dimentichiamoci che siamo nel 1994, gli assoli di chitarra sembrano banditi a causa del motto popolare e populista "here we are now, entertain us" dal vangelo secondo Kurt Cobain. Al colmo di questa anomalia, i Black Crowes se ne sbattono altamente, professando tracotanza rock con "High Head Blues", e spingendosi in una inaspettata rilettura eretica delle fondamenta del genere. Gli aneliti devozionali ai Lynyrd Skynyrd, già palesi in "Southern Harmony", si concretizzano placidamente in brani dalla dinamica più frugale ("Cursed Diamond", "Ballad In Urgency", "Wiser Time"): non importa se fungono da specchietto per le allodole di un mercato formalmente retrò, ma in realtà asfittico nei contenuti e storicamente ignorante. L'inganno riesce perfettamente, come se si trattasse di un antico rito Voodoo figlio del Delta, tanto che "Amorica" arriva quasi a bissare il clamoroso consenso del suo predecessore, mancando l'ingresso nella top ten USA per un soffio. Giusto per ammettere la conclusione di un epico ed irripetibile percorso a ritroso, il successivo "Three Snakes And One Charme" vedrà il gruppo rifugiarsi in un sound più canonico ed epidermico. Eppure sempre efficiente.


ALESSANDRO ARIATTI




 

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