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BLACK SABBATH "HEADLESS CROSS" (1989)



Corre l'anno 1989. Grazie alla incrollabile caparbietà di Toni Iommi, il nome dei Black Sabbath non appartiene più alla lista di una specie in via di estinzione. Checché ne dicano i puristi, "Seventh Star" contribuisce a tenere a galla il vascello, ed il successivo "Eternal Idol" rivede il gruppo cimentarsi finalmente in tematiche orrorifiche e misteriose, grazie a brani come "The Shining", "Ancient Warrior" e la catacombale title-track. Grosso merito della riuscita del suddetto album deve essere ascritto al nuovo cantante Tony Martin, una piacevole scoperta di Iommi, la cui voce sembra incline a seguire le orme di Dio, pur non ricalcandone pedissequamente le tonalità. Chi ha assistito agli show di quel periodo, potrà infatti testimoniare una resa live sui brani di Ozzy notevolmente superiore rispetto alle versioni di Ronnie, che sembrava invece faticare assai nel tentativo di replicare le ciondolanti linee vocali delle varie "War Pigs", "N.I.B" o "Children Of The Grave". Meno potente, ma più duttile rispetto a Dio, Martin riporta il tour dei Black Sabbath all'attenzione del grande pubblico, sciorinando prestazioni degne di nota sia sugli estratti dal periodo Osbourne che su quelli provenienti da "Heaven And Hell" e "Mob Rules".

È così che, dopo tanti anni di anonimato, un nuovo 33 giri da parte della band diventa un "affare" importante, qualcosa su cui investire la copertina dei magazine specializzati, tanto per capirsi. "Headless Cross" esce a pochi mesi di distanza da "No Rest For The Wicked" di Ozzy, e registra anche l'ingresso in pompa magna di Cozy Powell alla batteria, mentre il basso viene provvisoriamente affidato al turnista Laurence Cottle, prima dell'entrata in pianta stabile del celebre Neil Murray, reduce dall'esperienza con i Whitesnake.
Come nel suo predecessore, anche stavolta i testi vertono su argomenti occulti, arcani e "demoniaci", vedi il caso della maestosa title-track, un mid-tempo inaugurato dal possente drumming di Powell e definito dal riff scultoreo di Iommi. Le tastiere di Geoff Nicholls stendono un tappeto perfetto per le melodie vocali di un Martin nei panni del nero cerimoniere, che narra la storia di un piccolo paese falcidiato dalla Peste. La popolazione decide così di issare una croce sulla collina per preservarsi da future catastrofi, tuttavia un fulmine a ciel sereno decapita l'icona come un inequivocabile segno di presagi nefasti. La principale caratteristica, nonché novità rispetto ad un passato tanto illustre, è rappresentato proprio dal ruolo delle keyboards, mai così protagoniste e decisive nel definire il sound di un disco firmato Black Sabbath. Sto parlando di songs come "Devil And Daughter", "Kill In The Spirit World" e "Call Of The Wild", in cui la presenza dei tasti d'avorio dell'eterno "quinto elemento" Geoff Nicholls assumono un peso specifico molto simile alla guitar della "mano sinistra del Diavolo", avvicinando idealmente il gruppo al territorio occupato dai Rainbow. Gli altri assi nella manica di "Headless Cross" rispondono ai titoli di "When Death Calls", minacciosa ed evocativa, "Black Moon", urgente ed orecchiabile, e "Nightwing", eterea e piena di pathos, con un lungo assolo finale dall'intensità quasi insostenibile.

È grazie a questo album che i Black Sabbath tornano finalmente ad essere un gruppo coeso, non semplicemente una girandola di nomi provvisori che gravitano attorno alla "stella polare" Toni Iommi. Un discorso che va al di là della qualità sempre eccellente dei lavori pubblicati, anche nei tempi di maggiore difficoltà e confusione ("Seventh Star" ed "Eternal Idol"), e che contribuisce in modo determinante alla ritrovata credibilità della band pure in sede live.
Tony Martin, al di là delle intransigenti ed inconsolabili "vedove" di Osbourne, dimostra sul campo un'invidiabile padronanza vocale, unita ad un efficace lavoro di squadra in simbiosi col "titolare" del marchio. Lo dimostrerà anche il 33 giri successivo, quel "Tyr" (1990) che si è insediato, esattamente come "Headless Cross", nel cuore di molti metallers della vecchia generazione.


ALESSANDRO ARIATTI




 




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