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COVERDALE PAGE "COVERDALE PAGE" (1993)



"Slip Of The Tongue" non vende come "1987", e David Coverdale decide di mettere i Whitesnake in stand-by per qualche anno. Dal canto suo, Jimmy Page continua nel proprio anonimato post Led Zeppelin, il cui scioglimento risale ormai al 1980, all'indomani della tragica scomparsa di John Bonham. L'ultimo album solista "Outrider", peraltro molto bello, è roba vecchia di ormai cinque anni.

Accade tuttavia che il cantante ed il chitarrista siano entrambi sotto contratto per la Geffen, così l'A&R John Kalodner propone ai due un super progetto da condividere assieme, alla faccia di quel Robert Plant che continua a tarpare le ali ad ogni sogno di reunion dei Led Zeppelin. Non è un mistero che, nel recente passato, sir Robert abbia usato parole di fuoco nei confronti di Coverdale, soprattutto per quella "Still Of The Night" da lui considerata nient'altro che una banale clonazione in chiave moderna di "Black Dog". Da quale parte stia la ragione non è ovviamente oggetto di discussione in questa sede, resta il fatto che le voci su un'inedita collaborazione tra i due giganti dell'hard rock inglese iniziano a spifferare verso la metà del 1991. Il frutto di un simile "clash of the titans" si rivela in tutto il proprio splendore nella primavera del 1993, scuotendo fin dalle fondamenta l'intero universo musicale. Sappiamo benissimo che, in quel periodo, il mercato discografico è concentrato sulle uggiose atmosfere di Seattle, con i suoi gruppi che escono allo scoperto direttamente dalle cantine, per cantare disagio esistenziale e "male di vivere".

Ci volevano giusto David Coverdale e Jimmy Page per catalizzare altrove l'attenzione e spostare temporaneamente quei riflettori perennemente puntati su Pearl JamAlice In Chains e compagnia.
L'album s'intitola semplicemente "Coverdale Page", esattamente come il nome del novello gruppo, completato per l'occasione dal batterista Denny Carmassi (già con Montrose e Heart), e dal bassista Jorge Casas (precedentemente nei Miami Sound Machine).

"Io e Jimmy non avremmo avuto bisogno di manager per metterci d'accordo, sarebbe stata sufficiente la nostra stretta di mano, da veri uomini di parola. Furono anzi loro a rovinare la partnership, perché fra noi non ci fu mai nessun problema" mi confessò David Coverdale in un'intervista pochi anni dopo. Il suono che Mike Fraser applica al disco è molto asciutto, specialmente nel drum beat del succitato Carmassi, un’accortezza utilizzata probabilmente per non rischiare di oscurare le due star della situazione, ed è palese nell’emozionante alternarsi delle singole canzoni che ci troviamo davanti ad uno studiato “esperimento” White Zeppelin o Led Snake, a seconda dei gusti. “Presence” si erge sovente ad album di riferimento di Jimmy, per produzione ma anche ispirazione artistica: l’opener “Shake My Tree” sembra infatti la continuazione di “Nobody’s Fault But Mine”, e la successiva “Waiting On You” ricorda da vicina l’hard rock secco e viscerale di “For Your Life”. Quando è il momento di “accontentare” Coverdale, spuntano invece due ballad poco meno che clamorose: la struggente “Take Me For A Little While”, ma soprattutto la spettacolare “Take A Look At Yourself”, la cui “innocenza” melodica risulta lontana anni luce dai Whitesnake “hair metal”, per ricollegarsi direttamente al periodo “Lovehunter”/“Ready An’ Willing”.

Gli Zep del bucolico “III” vengono citati in “Pride And Joy”, ma è quando si cementa l’unione alchemica tra i due che “Coverdale Page” diventa addirittura mostruoso. Mi riferisco al pazzesco trittico finale, che consegna letteralmente l’album al “gotha” del genere: dal blues apocalittico di “Don’t Leave Me This Way”, passando per il riff spaccamontagne di “Absolution Blues”, fino ad una “Whisper A Prayer For The Dying” che ridefinisce i limiti dell’hard rock fino a sfociare praticamente nel metal.

Il solito Plant “lingua lunga” dice che ascoltare questo disco è come assistere a Terminator 2, sentenza pronunciata ovviamente in modo sprezzante. Spero, anche se ne dubito fortemente, che Robert non abbia mai visto su YouTube i concerti tenuti ad Osaka dalla band: in caso contrario, i travasi di bile sarebbero garantiti.


ALESSANDRO ARIATTI







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