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MARILLION: ALLA RICERCA DELL'INFANZIA PERDUTA CON "MISPLACED CHILDHOOD"

 



Per evidenti ragioni anagrafiche (sono del 1969), non ho potuto "vivere" sulla mia pelle la grande stagione del progressive inglese. Negli anni in cui Emerson Lake & Pamer, Genesis, King Crimson, Gentle Giant e compagnia sfornavano le loro opere più significative, ero ancora intento a pensieri ben più "infantili". Però il cosiddetto neo-prog, quello affermatosi negli anni 80, ho potuto abbracciarlo appieno; ed è incontestabile il fatto che quel nuovo-vecchio filone avesse un "prime mover" certo e non confutabile. Il suo nome risponde a quello dei Marillion. Nonostante i primi due album, il filologico "Script From A Jester's Tear" ed il più gelido "Fugazi", pagassero pegno pesantissimo nei confronti dei già menzionati Genesis (periodo Peter Gabriel), la band arriva al terzo 33 giri da studio con un'idea ben precisa. Registrare il proprio concept album sulla scia dei Jethro Tull di "Tick As A Brick": un lungo brano per lato, due movimenti che raccontino entrambi quell'unica storia, fuoriuscita dalla mente del cantante Fish dopo un trip acido. Dice il vocalist: "un amico mi diede una pastiglia che, secondo lui, mi avrebbe garantito un viaggio lisergico, ma dopo averne ingurgitata solo mezza, non mi fece alcun effetto. Così decisi di ingoiare pure il resto, e da lì iniziai a vedere cose piuttosto strambe". Derek William Dick, in arte appunto Fish, ha l'aspetto di un boscaiolo scozzese di due metri, ed una stazza che supera abbondantemente il quintale: ma come dice il famoso proverbio, "l'abito non fa il monaco". La EMI boccia tuttavia il proposito dei Marillion di un album con solamente due tracce, probabilmente stufa che la band venga sì rispettata ed acquistata dai fans del prog rock, ma che non sia in grado di rivaleggiare con le nuove sensazioni da classifica del periodo. Sono gli anni del synth pop, dei Duran Duran, degli Spandau Ballet, così la "forma canzone" si rivela imprescindibile per qualsiasi velleità di successo. Si decide quindi di spezzettare il racconto di "Misplaced Childhood" in dieci brani, eppure i Marillion riescono nell'impresa di darvi ugualmente una forma unitaria. Ed a piazzare l'album nelle zone caldissime delle classifiche di mezzo mondo. Merito di una scrittura che, evidentemente, riesce a toccare le corde emotive di molti, al di là dei generi musicali prediletti.


Indubbiamente l'appeal del primo singolo/45 giri/video "Kayleigh" svolge un ruolo fondamentale nella diffusione dell'album. Chi è rimasto immune dal contagio di quel "do you remember" che Fish intona ad ogni verso del brano? Negli anni 80, credo ben pochi. Introdotto da un prezioso delay di chitarra di Steve Rothery, doppiato dalle tastiere di Mark Kelly, la song racconta di un amore spezzato, ma lo fa con la grazia di un pettirosso che si appoggia su un ramo intriso di brina. "Ti ricordi, cuori disegnati col gesso che si uniscono sul muro di un campo giochi?". E poi ancora "ti ricordi i  fiori di ciliegio nella piazza del mercato? Ti ricordi a piedi nudi sul prato con le stelle cadenti?". Finché il cantante non confessa all'adorata Kayleigh che "è spaventato ad alzare la cornetta per scoprire che ora ha un altro amante". Una curiosità un pò da gossip, ma che è significativa per spiegare la "presa" sul pubblico: in quegli anni si registra, almeno in Inghilterra, un considerevole aumento delle bambine battezzate proprio con quel nome.


La sindrome da Peter Pan prosegue con la leggiadria di "Lavender", dove la melodia quasi fanciullesca viene inaugurata da quel celebre "I was waking in the park, waiting for a spark" (stavo camminando per il parco, aspettando una scintilla). Tutto d'un tratto si accendono gli annaffiatori automatici, con l'acqua che forma degli arcobaleni nel riflesso del sole mattutino, mentre il Fish-bambino vi si butta in mezzo sognando di poter diventare "Re per un giorno". La quota visionaria dei Genesis è sempre dietro l'angolo, ma viene risolta da una anti-prosopopea che avvicina la seriosità progressive alla leggerezza pop, senza peraltro sconfessare nulla. La grandezza di "Misplaced Childhood", in fondo, sta tutta qua. Detto così, sembra poco, in realtà è molto. Moltissimo. Lo stesso Fish dirà che si tratta del disco in cui la sua vocalità si smarca definitivamente dal "modello" Peter Gabriel, mantenendolo presente solamente nell'iniziale e tristissima "Pseudo Silk Kimono". 


La voglia repressa (dalla casa discografica) di una lunga traccia, divisa in più movimenti, non svanisce del tutto, perché i 6 minuti di "Bitter Suite" costituiscono sicuramente un reale (e regale) ponte di collegamento rispetto ai due album precedenti. Il testo parla dei trascorsi amorosi (e non) di Fish, compreso lo squallido incontro con una prostituta di Lione ("sua madre la chiamava bellezza, suo padre puttana"). Il tutto sempre nel ricordo dell'indimenticata Kayleigh, verso la quale ogni tipo di confronto si rivela improponibile e persino sconveniente. Le passioni di gioventù, si sa, non sono però solo relazioni interpersonali con l'altro sesso; ed allora salta fuori come un demone fuori controllo l'inclinazione da tifoseria di "Heart Of Lothian", nella quale Fish ricorda le sue facinorose scorribande a supporto della squadra del cuore Hearts Of Midlothian. Il brano è intriso di allegria e vigore, con una linea melodica memorabile che, presa di per sé, si candida al podio dell'intero lavoro. 


Nonostante una ritmica tribale in salsa esotica, "Waterhole (Expresso Bongo)" descrive i fallimenti dei "teppisti di Lothian", supporter delusi che si ritrovano in un fumoso pub a fare la corte ad una bella barista. Un episodio, almeno stilisticamente a sé stante, che viene poi soppiantato dal canonico prog-rock di "Lord Of The Backstage", con quella sua ritmica sincopata gestita meravigliosamente dalla chitarra di Rothery e dalle keyboards di Kelly. Dopo la già menzionata "Bitter Suite", l'altra "piece de resistance" viene affidata a "Blind Curve", sospesa tra i Pink Floyd di "Comfortably Numb" ed i soliti rimandi sinfonici ai Genesis. I rimpianti di Fish, compresa la scomparsa di un caro amico, diventano un insopportabile macigno, finché non si ritrova a reclamare la restituzione di quell'innocenza perduta con un tono prossimo alla disperazione. 


Le suggestioni di un passato che sembra irrimediabilmente perduto si nutrono anche della metrica con cui Fish cura i testi in modo quasi maniacale. Certo, la lingua inglese aiuta, perché in "Childhoods End?" (punto di domanda fondamentale) si gioca sul filo del contrappasso col doppio senso tra "morning" (mattina) e "mourning" (rimpianto, lutto). Il protagonista della storia parla allo specchio con quel bambino in uniforme, che elegantemente sostiene una gazza ladra sul braccio, ed il confronto è catartico. Non c'è fine all'infanzia, cambia soltanto la dimensione percepita, poiché quel ragazzino continuerà ad abitare sempre in lui, come un etereo passeggero di luce. Il liquido arpeggio di "White Feather", traccia sulla quale soffiano esplicite liriche anti-sistema, elargisce sprazzi di positività ("divisi non ci divideremo, uniti ci ribelleremo") su un'opera spesso spinta verso il nero. Il tutto succede esattamente quando il protagonista capisce che "quel bambino nello specchio" resterà sempre parte integrante, come un alter ego indifferente allo scorrere del tempo. Inutile dire che è raro trovare, almeno negli anni 80, un album che sappia coniugare, con una simile perfezione, estetica musicale e sostanza testuale. Manca poco al quarantennale di questo CAPOLAVORO (lo sostengo senza timore di smentite), e sono certo che verremo presto invasi da ricchissimo edizioni deluxe. D'altra parte, trovatemi oggi qualcosa di analogo, o che vi si possa almeno avvicinare. Accetto scommesse.



ALESSANDRO ARIATTI 

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