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RAINBOW "DOWN TO EARTH" (1979)



"Io e Ritchie iniziammo i Rainbow assieme, ed i primi due album sono sempre i migliori per ogni band, perché si può avere il controllo su tutto. Possono dire che sono stato licenziato, ma di fatto non puoi mandare a casa un partner. Me ne andai io, perché il gruppo stava perdendo le sue peculiarità, trasformandosi in una band che scriveva banalissime canzoni d'amore".

Queste le parole di Ronnie James Dio all'indomani del suo allontanamento dai Rainbow, dopo aver sbattuto la porta in faccia al fondatore dei Deep Purple. Che il terzo 33 giri "Long Live Rock'n'Roll" non fosse eccellente quasi quanto i primi due è cosa tutta da dimostrare, tuttavia la tentazione di Blackmore nello spostarsi verso settori più mainstream è una certezza, più che un sospetto. Non è solo Dio a venire sacrificato sull'altare delle velleità USA, perché vengono gentilmente accompagnati all'uscita anche il tastierista David Stone ed il bassista Bob Daisley (in procinto di entrare alla corte di Ozzy), sostituiti rispettivamente da Don Airey e dal vecchio amico Roger Glover. Tra l'altro la produzione del nuovo album, ancora in fase di allestimento, viene affidato proprio a quest'ultimo, visto che, dopo la sua uscita dai Deep Purple, ha trovato modo e tempo di specializzarsi in tale ambito.

Probabilmente non molti ne saranno a conoscenza, ma Blackmore considera addirittura il "nemico" Ian Gillan per il rimpiazzo di Ronnie. Tuttavia la scelta ricade su un cantante conosciuto più che altro per il lavoro col gruppo The Marbles e per il loro singolo "Only One Woman", che raggiunse il quinto posto delle classifiche inglesi addirittura nel 1968. Il suo nome risponde a Graham Bonnett. Le tracce vocali vengono registrate separatamente rispetto al resto dell'album, ma lo scafato frontman non manca di scrivere tutte le linee melodiche di "Down To Earth". Questo il titolo di un disco che, fin dalle intenzioni, dichiara di voler ricorrere ad un linguaggio, musicale e lirico, molto più "concreto" rispetto ai voli pindarici sulle ali della fantasy imposti da Dio. Il primo 45 giri "Since You've Been Gone" porta la firma dell'hitmaker Russ Ballard, e sembra confermare in toto le accuse di "commercializzazione" apertamente denunciate da Ronnie. Fatto sta che il brano è piacevole, grintoso il giusto, ma con un pop-mood delizioso, tanto che si posiziona immediatamente al numero 6 delle charts inglesi.

Ancora meglio farà la traccia d'apertura, quella "All Night Long" che sembra addirittura strizzare un occhio agli AC/DC di Bon Scott, senza tuttavia dimenticare la vena elegante di un Blackmore letteralmente "on fire". L'epicità "arcobaleno" viene condensata sostanzialmente in due episodi: la cadenzata "Eyes Of The World", dove Bonnett ed Airey fanno a gara di bravura, e la conclusiva "Lost In Hollywood", praticamente la versione edulcorata (ma nemmeno tanto) di "Kill The King". Graham sputa anche l'anima per non far rimpiangere il suo predecessore, e se è vero che lo stile risulta meno pomposo ed enfatico, appare altrettanto vero che una simile "potenza di fuoco" non lascia adito a dubbi ed incertezze sulla bontà della scelta. Certo, la voce è letteralmente più "down to earth", eppure un piglio così duro e deciso conquista immediatamente anche i fans più scettici.

Un'altra caratteristica da non sottovalutare è la duttilità di Bonnett, che passa da hard'n'roll scatenati come "No Time To Loose" a simil ballad delicate quali "Makin' Love", senza dimenticare il blues sofferto di "Love's No Friend" oppure l'heavy rock pomposo di "Danger Zone". L'album diventa il più grande best seller della storia Rainbow, anche se Blackmore mancherà ancora una volta di conquistare la platea americana come da intenzioni dichiarate.

L'apoteosi di quella line-up si concretizzerà nel primo Monsters Of Rock di Donington del 1980, voluto ed organizzato proprio dall'ex sei corde dei Deep Purple, che vedrà il suo gruppo primeggiare nel tabellone come attrazione principale della serata. L'idillio tuttavia dura poco: si parla di un Bonnett troppo incline al bicchiere facile, e di un Ritchie che mal digerisce il capello corto del frontman, in un mondo dove la folta capigliatura è praticamente la regola.

Poco importa se "Down To Earth" rimane tuttora l'unica testimonianza ufficiale della collaborazione tra i due, perché è talmente bello da bastare una vita intera.


ALESSANDRO ARIATTI









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