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PRETTY MAIDS "RED, HOT & HEAVY" (1984)



Non so se sia esagerato o meno considerare "
Red, Hot & Heavy" come un album storico per la genealogia del mondo hard'n'heavy. Certo, non stiamo parlando di un disco che, al pari di certi giganti del genere, abbia imposto uno stile di "guida" per le generazioni a venire, eppure non ci allontaniamo poi molto da tale situazione.

Precedentemente autori di uno strepitoso mini-lp autointitolato, i danesi Pretty Maids esordiscono sulla lunga distanza niente meno che per una major, la potentissima (all'epoca) CBS. Si sta ovviamente parlando di un periodo in cui gli album si acquistano e si consumano allo sfinimento, senza limitarsi a qualche distratto ascolto sulla rete; e la band sembra possedere tutte le caratteristiche per mettersi in coda alla roboante scia della NWOBHM, seppur con qualche importante differenziazione che tratteremo a breve. In effetti, la previsione del colosso discografico si rivela veritiera per più di un lustro, almeno fino al 1990, anno di uscita del terzo lavoro "Jump The Gun", con Roger Glover (Deep Purple) nelle vesti di illustre produttore.

Un sodalizio artistico, quello tra il gruppo autore di "Smoke On The Water" ed i Pretty Maids, che è il frutto di alcuni eccellenti tour condivisi, a seguito della reunion tanto attesa di "Perfect Strangers" e proseguita con "The House Of Blue Light". Al netto di una propulsione elettrica più accentuata, si può effettivamente considerare la band danese come una naturale prosecuzione aggiornata di determinate tematiche musicali, letteralmente inventate da Deep Purple e Rainbow.
E non stupisce affatto la stima di Roger Glover (e degli altri quattro) nei riguardi delle "acrobazie" di Ronnie Atkins e compagni d'avventura. Il paragone viene autorizzato non soltanto dall'utilizzo pressoché costante di Hammond e tastiere da parte del bravissimo Alan Owen, ma anche da una capacità di scrittura ed esecuzione di armonie drammatiche, dal sapore quasi epico, che non possono che gettare un ponte artistico verso certi episodi di "Burn", "Stormbringer" o dello stesso "Rising".

Le canzoni presenti su "Red, Hot & Heavy" suonano infatti imponenti, mastodontiche, deflagranti, come ben sintetizza uno dei loro highlights assoluti, ovvero "Back To Back", giustamente posto in apertura dopo che si spengono gli echi dei Carmina Burana dell'intro "O Fortuna".
L'accostamento ad "Highway Star" è probabilmente esagerato, tuttavia il diritto di primogenitura va sicuramente individuato da quelle parti. La title-track ha meno ambizioni "strutturali", si presenta infatti in modo ben più semplice e lineare, non mancando però il bersaglio dell'efficacia "epidermica".
Anzi, facendone letteralmente incetta.

Il bilanciamento tra l'anima heavy/oltranzista e quella maggiormente radiofonica risulta una costante per tutta la durata del 33 giri, tra una "Cold Killer" ed una "A Place In The Night" a fare da pregevoli testimoni, sia dell'una che dell'altra.
Soprattutto quest'ultima, dal punto di vista della costruzione "ad incastro" che sfocia in un chorus da urlo, è roba da far impallidire le più autorevoli icone "silk & steel" sparse per il pianeta.
La cover di "Little Darling" (Thin Lizzy) non fa che ribadire l'approccio moderno dei Pretty Maids, ma sempre con un piede ben ancorato tra le meraviglie dei Seventies. I lusinghieri riscontri presso il pubblico autorizzano la CBS a nutrire i sogni di gloria del gruppo danese, tanto da metterli in scia agli Europe di "The Final Countdown", in occasione della pubblicazione del secondo album "Future World".
Alla produzione verrà assoldato il guru Eddie Kramer (KissLed Zeppelin, addirittura Jimi Hendrix), che plasmerà il sound del gruppo in una direzione più addomesticabile.

Tuttavia l'approccio di "Red, Hot & Heavy" resterà inarrivabile nella lunghissima carriera del gruppo nordico, a cui peraltro molte band di successo pagheranno tributo.
A partire dai celeberrimi Hammerfall, con una bella versione della succitata "Back To Back".

Disco pressoché leggendario.


ALESSANDRO ARIATTI





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