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BLACKEYED SUSAN "ELECTRIC RATTLEBONE" (1991)



Nati quasi come una sorta di "costola" artistica dei Cinderella, i Britny Fox marchiano a fuoco l'estate (1988) del cosiddetto hair metal, con la pubblicazione dell'album omonimo. Un milione di copie sparse per il mondo, ma concentrate (ovviamente) per lo più in USA, decretano il successo di brani orecchiabili e graffianti come "Girlschool" e "Long Way To Love", nelle quali il legame stilistico con Tom Keifer e soci si rivela importante senza suonare adulatorio. Il tour di supporto al 33 giri fa registrare numeri da paura, con più di 600.000 biglietti staccati ai fans, desiderosi di sbattere la "capoccia" sotto il palco al ritmo dei loro vigorosi arena hits. Come per molte band dell'epoca, dedite al genere in questione, la stagione di gloria è destinata a confermarsi subitanea ma bruciante in termini di popolarità, perché già il secondo lavoro "Boys In Heat" non mantiene né il medesimo standard qualitativo dell'esordio, né lo stesso livello di interesse da parte della platea.

È la scusa buona per il leader/fondatore, nonché voce e chitarra, Dean Davidson di salutare tutti ed augurare buona fortuna. È il 1990 quando prendono forma i "suoi" Blackeyed Susan; il resto della ciurma è composto dall'ex tastierista dei succitati Cinderella, Rick Criniti, da Tony Santoro alla sei corde, Eric Levy al basso e Chris Branco alla batteria. Con un nome dal sapore così "sudista" (Susanna Occhi Scuri), non ci si può attendere altro che una sostanziale dose di blues e rock'n'roll, sulla scia dei The Black Crowes del capolavoro "Shake Your Moneymakers", una direzione stilistica che Davidson vuole imporre anche ai Britny Fox proprio dopo la tiepida accoglienza riservata a "Boys In Heat", ma che incontra l'opposizione decisa ed intransigente del resto del gruppo, tanto da determinare la scissione delle parti. "Electric Rattlebone" conferma in pieno i "sospetti", con il suo suono caldo ed antico che allontana lo spettro party metal del recente passato, ma che contemporaneamente non perde un grammo in termini di coinvolgimento epidermico.

Lo strappo rispetto alla band di provenienza di Davidson, a livello di approccio sonoro, è comunque piuttosto marcato, come dimostra immediatamente "Satisfaction", un hard'n'roll perfetto e definito da un pianoforte battente che potrebbe ricordare i Quireboys dello strepitoso "A Lil' Bit Of What You Fancy". La stessa voce di Dean si appoggia a tonalità più "interpretate" e meno urlate, tanto da venire spesso accompagnata da coriste gospel, che rispondono ai nomi di Charlene Halloway e Annette Hardeman. Un valore aggiunto notevole per i saltellanti ritornelli di canzoni dal gusto southern come "She's So Fine", "Sympathy" e "None Of It Matters", ma anche per immortalare le melodie struggenti e crepuscolari della ballad "Best Of Friends". Oppure per navigare, in tutta sicurezza, nel Delta blues evocato da "How Long".

Sostanzialmente "Electric Rattlebone" punta alle radici di riferimento del sound targato Britny Fox, spogliandolo degli eccessi tipicamente anni 80 e puntando dritto al cuore rock, con testimoni di assoluta eccellenza che rispondono a songs splendide quali "Holiday" e "Heart Of The City". Un percorso che ricalca abbastanza fedelmente l'evoluzione retroattiva dei "mentori" Cinderella, passati senza recriminazioni da una "Shake Me" ad una "Shelter Me", e da un album "festaiolo" come "Night Songs" all'introspezione di "Heartbreak Station", con l'ibrido "Long Cold Winter" nel mezzo a fare da collante.

Purtroppo "Electric Rattlebone" non ottiene i risultati sperati, ed il secondo lavoro "Just A Taste", praticamente già composto ed ultimato, non trova etichette disposte a pubblicarlo, figuriamoci ad investire denaro per promuovere adeguatamente i Blackeyed Susan.

Il grunge bussa alle porte con la grazia di un elefante in gioielleria, e chi si è "macchiato" di un background metal non sfugge alla spietata mannaia dell'oblio mediatico.

Il tempo però, come sempre, è galantuomo.


ALESSANDRO ARIATTI 






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