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DAVID LEE ROTH "SKYSCRAPER" (1988)



Il divorzio tra i Van Halen ed il loro istrionico frontman David Lee Roth non avviene in modo pacifico. Infastidito dalla sovrabbondanza di synth che infarciscono il top seller "1984", in particolare nella hit "Jump" ed in "I'll Wait", il cantante decide di lasciare Eddie Van Halen alle sue voglie represse di tastiere. Addirittura le due parti si rispondono attraverso i titoli degli album: Roth intitola il suo primo 33 giri solista "Eat 'em And Smile" (mangiali e sorridi), i suoi ex compagni assieme a Sammy Hagar rispondono con un laconico "OU812" che, pronunciato nel modo corretto, sta per "oh you ate one too" (oh ne hai mangiato uno anche tu).

Schermaglie verbali a parte, la David Lee Roth Band è stellare, col portentoso Steve Vai alla chitarra, Billy Sheehan al basso e Gregg Bissonette alla batteria.
Il succitato "Eat 'em And Smile" è clamoroso, con canzoni come "Yankee Rose" e "Goin' Crazy" che finiscono inevitabilmente per colorare di toni sgargianti anche la programmazione di MTV. Ovvio che, dopo un tale tripudio di consensi, Roth non può che confermare tutti i suoi "collaboratori", protagonisti di una avventura post Van Halen che si presenta esaltante.

Quando David entra in studio per registrare il seguito di "Eat 'em And Smile", attira quindi le attenzioni non solo dei suoi fans storici, ma anche dei mass media che annusano il profumo di colpo grosso. È il gennaio del 1988, ennesimo anno denso di soddisfazioni per hard rock/metal, quando una copertina, che vede Roth in versione scalatore, campeggia fiera nei negozi di dischi. "Skyscraper" ha dunque l'impegnativo onere di replicare il tasso qualitativo del disco precedente, ma David, da persona intelligente qual'è, decide di aggirare l'improbo compito. Inserito in pianta stabile il tastierista Brett Tuggle, che partecipa attivamente anche in fase di composizione, l'album evita quasi in toto il confronto col selvaggio approccio del suo illustre predecessore. Il suono diventa infatti più ricercato, raffinato, sacrificando sovente la fisicità in favore di una ricerca spasmodica della perfezione. L'opener "Knucklebones", ad esempio, potrebbe essere descritta come la versione adulta di "Yankee Rose", ed il primo singolo "Just Like Paradise" bazzica dalle parti di quell'arena rock/AOR che provocò la grande scissione coi Van Halen. "The Bottom Line" e "Hot Dog And A Shake" sono le uniche tracce che potrebbero in qualche modo essere ricollegate ad "Eat 'em And Smile"; soprattutto la prima, a dire il vero, dato che riecheggia da vicino lo speed hard "atletico" di "Shyboy". La title-track sembra più un "esperimento obliquo" di Steve Vai, memore dei suoi trascorsi con Frank Zappa, mentre il western sound di "Damn Good" parla anche la nobile vulgata dei Led Zeppelin. Lo swing di "Perfect Timing" ed il groove di "Stand Up", entrambe composte assieme a Tuggle, ben rispecchiano la personalità da intrattenitore di Roth, che si trasforma poi nell'alter ego rock di Sinatra in occasione di "Two Fools A Minute", ribadendo il concetto artistico già espresso nel mini-lp "Crazy From The Heat".

Un Diamond Dave piuttosto poliedrico, quindi, che se da un lato non abbandona la propria attitudine naturale di animale da palcoscenico, dall'altro imbocca strade nemmeno tanto impervie, che lo candidano come credibile interlocutore per il pubblico più affascinato da produzioni regali e patinate.
Se infatti "Skyscraper" non potrà mai uscire vincitore nel paragone con il fin troppo citato e lodato "Eat 'em And Smile", l'ostacolo viene bypassato con una collezione di canzoni che trasudano tanta eleganza e classe infinita.

Nato per essere un numero 1.


ALESSANDRO ARIATTI




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