Passa ai contenuti principali

IAN GILLAN "NAKED THUNDER" (1990)



Il siluramento di Ian Gillan all'indomani della pubblicazione del doppio live "Nobody's Perfect", uno dei pochissimi dischi dal vivo che vede un'appendice sul palco per la relativa promozione, lascia le due parti contendenti piene di veleno.

Da un lato, il gruppo che contesta al cantante la scarsa resa on stage, ma anche un apporto compositivo al di sotto del "minimo salariale", dall'altro dichiarazioni che contestano la versione ufficiale consegnata alla stampa. "Non sono stato affatto licenziato dai Deep Purple, me ne sono andato io" sostiene Gillan.
"Le parole di Ian sembrano quasi surreali. Tutti sanno benissimo come sono andate le cose, e mentre noi lavoravamo ai nuovi pezzi, lui pensava a divertirsi in altri progetti come i Garth Rockett & Moonshiners" ribatte Jon Lord.

Al di là delle schermaglie verbali, il 1990 vede "scendere in campo" sia i Deep Purple con "Slaves And Masters" e Joe Lynn Turner dietro al microfono, sia Gillan alle prese col suo solo album intitolato "Naked Thunder".
Le due uscite sono quasi contemporanee, col vocalist inglese che anticipa gli ex compagni, ora odiati, di un paio di mesi: pubblicazione tardo estiva per il primo, inizio autunno per i secondi.
Chi vince la sfida a (breve) distanza?

Difficile dirlo a mente calda, più semplice giudicare quando ormai il tempo ha svolto il suo compito di arbitro super partes.
Una cosa è certa: entrambi stemperano il rigore hard rock in favore di scelte artistiche più melodiche, che tuttavia non ne intaccano minimamente il valore qualitativo.
Dal punto di vista tecnico, "Naked Thunder" è in tutto e per tutto il primo lavoro solista di Ian Gillan, non il frutto di una vera e propria band "fatta e compiuta", come invece accadde per i suoi dischi post Deep Purple nella seconda metà degli anni 70 e nei primi 80. "Gut Reaction" apre il fuoco nel segno di una ritmica decisa e di un sound elettrico, anche se l'Hammond viene messo da parte per sostituirlo con dei synth più leggiadri. Tuttavia è in brani quali "No Good Luck" e "Nothing But The Best" che si palesa la rinnovata attitudine per la melodia facile e per costruzioni armoniche dall'impatto immediato.
Merito anche del chitarrista Steve Morris, vecchio amico di Gillan nei succitati Garth Rockett & Moonshiners, che per qualche anno lo accompagnerà sia in studio (il successivo "Toolbox", ma anche "One Eye To Morocco") che dal vivo. Il suo apporto compositivo è notevole, un tocco dal gusto quasi AOR che permette all'ex ugola dei Deep Purple di esprimersi su tonalità più consone a quelle che sono le sue attuali caratteristiche, sicuramente meno esplosive rispetto al gigantesco ed ingombrante passato.
Il 33 giri non registra sostanzialmente nessuna caduta di tono: "Nothing To Loose" e "Long And Lonely Ride" sono due esempi di songwriting pulito e cristallino, così come "Moonshine" e "Love Gun" si rifanno alla tradizione rock'n'roll tipicamente anni 50, rivisitata in chiave moderna. L'entusiasta verve di Gillan si manifesta anche con l'hard rock intinto nel pop di "Talking To You" e "Sweet Lolita", con quelle tastiere che squillano la carica, ma soprattutto nella ballad soffusa e malinconica a titolo "Loving On Borrowed Time", interpretata assieme a Carol Kenyon.
La versione del traditional "No More Cane On The Brazos" non delude affatto le attese, con Ian che calibra la propria ugola a seconda dei differenti momenti, tra un sussurro ed un urlo liberatorio.

La prevedibile "battle of words" tra i Deep Purple ed il loro storico frontman non mancherà di spunti polemici da dare in pasto a stampa e fans, in particolare nella serrata dinamica dialettica tra Joe Lynn Turner e lo stesso Gillan, che li accusa apertamente di commercializzazione. "Sembra un disco fatto apposta per piacere al pubblico americano, non ha nulla del suono della band di cui facevo parte" dice Ian riferendosi ovviamente a "Slaves And Masters".

Non che "Naked Thunder" sembri figlio di un "Machine Head" o di un "Perfect Strangers", ma le parole vengono portate via dal vento dell'attimo fuggente.
Oggi possiamo guardare a quel periodo con una punta di ironia mista a divertimento, nella certezza di poterci comunque godere due eccellenti dischi.


ALESSANDRO ARIATTI



 

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...