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ISSA "ANOTHER WORLD" (2024)


Ultimamente le nuove proposte maggiormente interessanti in campo melodic rock/AOR sono appannaggio del sesso femminile. Tra le migliori rappresentanti, ricordo Chez Kane (il suo ultimo lavoro "Powerzone" è un vero gioiellino), la bellissima serba Nevena, ed ovviamente la procace Dorothy Martin, probabilmente la più famosa del lotto. La norvegese Issa Oversveen è una sorta di "prime mover" della nuova ondata di wonder women del settore, visto che le sue prime uscite discografiche risalgono ad una quindicina di anni fa, quando Frontiers Records notò questa bionda nordica e decise che ne avrebbe valorizzato il talento. Otto dischi, tutti assolutamente degni degli appassionati del genere, ma da quando i fratelli Tom & James Martin (superbi songwriter da tempo immemore) l'hanno accolta sotto la propria ala protettrice, l'asticella qualitativa si è ulteriormente alzata. "Another World" è un album che ovviamente innalza gli anni '80 a musa ispiratrice, ma stavolta gli arrangiamenti preparati appunto dai Martin Bros superano ogni aspettativa. In particolare, sono i sintetizzatori che esaltano lo spirito di canzoni già splendide di loro, come il singolo "All These Wild Nights", praticamente una outtake dalle Heart della seconda metà degli Eighties. Sicuramente non esiste grande canzone senza una grande interprete, ed ormai Issa è diventata un'eccellente vocalist, dal range ora potente ed acuto ("Armed & Dangerous"), ora suadente e sensuale (la notturna "Only In The Dark"). Con "The Road To Victory" si cerca una replica up-to-date dei fenomenali accordi iniziali di "Don't Stop Believing" (Journey): ovviamente impossibile ripeterne la magia, eppure sono convinto che i fans di QUEL suono potranno avere materia di cui godere e discutere. Ripeto, la grande differenza tra "Another World" e la maggior parte dei prodotti concorrenti resta la fantasia e la perizia negli arrangiamenti. Le chitarre elettriche "pizzicate" ma che dettano il ritmo, ad esempio, come insegnarono i vari Bruce Gowdy, Tim Pierce o Michael Landau. Trucchetti fondamentali che solo i puristi dell'AOR 80's sono in grado di replicare con dovizia di particolari; alla faccia del "nuovo ordine discografico" che vorrebbe dischi registrati in fotocopia, nel nome di un pauperismo sonoro spacciato per grandeur. Solo i novelli possono cadere nel tranello mediatico, non certo "noi boomer", che riconosciamo determinate mancanze di dinamica dopo cinque secondi netti. Mi rendo conto di parlare un linguaggio sconosciuto per chi è nato con uno smartphone nella culla, ma sono certo che i più attempati coglieranno al volo. La title-track dispensa atletismo melodico come "Maniac" di Michael Sembello, uno dei brani di punta dell'iconica soundtrack di Flashdance, ma incantano anche le ovattate sensazioni di "Kick Of Fire" e di "A Second Life", grazie anche ai soliti synth perennemente in modalità creativa. La contagiosa energia di "Lost And Lonely", col suo refrain da "Dea" degli anni 80, suggella un album praticamente perfetto, al quale sarebbe quanto meno ingeneroso chiedere di più. Uscita top, punto e basta. 


ALESSANDRO ARIATTI 







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