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LIONSHEART "PRIDE IN TACT" (1994)



Gli anni '90 sono l'antitesi di tutto ciò che ha caratterizzato la decade prededente. L'hard rock nerboruto che sconfina nel metal, tra sonorità cazzute e melodie suadenti, non è più la gallina dalle uova d'oro. Diciamola tutta: dischi power decenti, a volte molto più che decenti, se ne trovano ancora. Per quanto riguarda gli epigoni di
 Whitesnake, Dio e compagnia cantante, bisogna armarsi del classico lanternino e di tanta, sana pazienza. Non ho nominato le band di David Coverdale e del sommo Ronnie James a caso, perché i Lionsheart sono il perfetto melting pot tra gli autori di "1987" e di "Holy Diver". Forse più con l'omonimo lavoro omonimo datato 1992, visto che questo "Pride In Tact" fa pendere maggiormente l'ago della bilancia artistica verso un "Saints And Sinners" o uno "Slide It In".

È un periodo in cui persino i titolari del "marchio" originario se la passano male, figuriamoci coloro che, per coerenza e/o passione, decidono di seguirne le gesta. La star dei Lionsheart è il corpulento vocalist Steve Grimmet, uno con un passato illustre nei NWOBHM cult-heroes Grim Reaper, grazie ad album importanti quali "See You In Hell", "Fear No Evil" e "Rock You To Hell" a fare bella mostra nelle collezioni dei puristi. Senza dimenticare la fugace ma indimenticata presenza in seno ai thrashers inglesi Onslaught, ed in particolare su quel "In Search Of Sanity" che rimane ancora oggi un gioiellino di raffinata furia iconoclasta. Dimenticate tutto: "Pride In Tact" è probabilmente il CD che i fans dei Whitesnake Mark I, quelli più legati all'hard blueseggiante di "Ready An' Willing" e "Come An' Get It", avrebbero voluto ascoltare al posto di uno "Slip Of The Tongue". Gusti, ovviamente: si può amare alla follia gli uni, senza per forza schifare gli altri, anche se solitamente la diplomazia non è la prerogativa dei followers di nomi così giganteschi (Deep Purple docet).

Tornando a noi, l'unico brano riconducibile ai Dio è proprio la corazzata "Deja-Vu", che apre le ostilità nel segno di una orgogliosa continuità stilistica nei confronti degli anthem più celebri del frontman italoamericano. Poi ci sono pezzi semplicemente fantastici come "I Believe In Love" e "Love Remains", in cui spunta l'hammond di Graham Collett a sostenere la chitarra di Ian Nash. La devozione di Grimmett all'intonazione del David Coverdale più verace è incredibile, e poco importa se si arriva ai limiti del plagio, perché due canzoni simili non avrebbero affatto sfigurato se fossero comparse in qualunque opera griffata Whitesnake. Stesso discorso per la ballad "Pain My Heart", in cui Steve sciorina un mood dalle tinte soul che ci riporta direttamente ai primi passi post Deep Purple di "Snakebite" e "Trouble". L'innocenza della melodia portante è ben lontana dalla smaliziata attitudine delle varie "Is This Love" e "The Deeper The Love" ma, come suggerivo qualche riga sopra, i puristi non potranno che apprezzare un tale ripescaggio temporale. I Whitesnake di ultima generazione vengono invece relegati in "Gods Of War", prossima alle iniezioni epiche di "Wings Of The Storm", nel bruciante riffing di "Something For Nothing", oppure nell'esercitazione di classe e pomposità intitolata "Stronger Than Steel", assimilabile in qualche modo alla tenace regalità di "Judgement Day".

Non si pensi comunque ad un album che vive di sola luce riflessa, perché il songwriting si assesta su livelli proibitivi per molte altre realtà, e non mi riferisco soltanto all'asfittica scena di metà anni 90, in cui l'hard rock classico sembra improvvisamente passato dalle stelle delle classifiche al ghetto di un genere destinato a qualche vecchio nostalgico rincoglionito. La cover sapientemente irrorata di elettricità di "(Take A Little) Piece Of My Heart" (Janis Joplin) si materializza nell'ennesimo pezzo di bravura di un Grimmett memorabile, per pathos, modulazione e credibilità, anche in situazioni apparentemente avulse dal contesto.
Dico apparentemente non a caso perché, a differenza di altri colleghi, i Lionsheart non si limitano a scimmiottare Mister Coverdale, ma puntano pure alle radici di un'artista che ne ha nutrito lo spropositato talento compositivo.


ALESSANDRO ARIATTI 





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