Passa ai contenuti principali

RAINBOW "BENT OUT OF SHAPE" (1983)



Il sogno americano di
 Ritchie Blackmore è sul punto di subire un brusco stop. Non bastano due album chiaramente indirizzati all'airplay come "Difficult To Cure" e "Straight Between The Eyes" a conquistare la platea USA, all'epoca maggiormente interessata verso nuovi "eroi" non necessariamente legati alla grandeur dei 70's. Inutile dire che, nonostante un songwriting sgravato dalle maestose strutture Deep Purple o dall'intransigenza dei primi Rainbow con Ronnie James Dio, l'ostracismo delle nuove generazioni sia l'ostacolo più grande da scavalcare. È il 1983, e già si inizia a vociferare su una reunion della Mark II, con Blackmore e Gillan rassegnati a sotterrare l'ascia di guerra in nome del dio dollaro.

Tuttavia l'ombroso chitarrista ha un'ultima cartuccia da sparare, prima di mettere da parte le ambizioni spaccaclassifiche. "Bent Out Of Shape" è sicuramente l'album più AOR oriented dell'Arcobaleno, con Joe Lynn Turner che assume il comando delle operazioni, e le tastiere di David Rosenthal che insidiano per importanza la stessa sei corde di Ritchie. Anche il sound, nuovamente definito dal mixer di Roger Glover, si adatta al modello di riferimento USA, quasi ad anticipare di sette anni quel "Slaves And Masters" che molti Purple fans vedranno invece come fumo negli occhi.

Due i singoli estratti dal 33 giri, in particolar modo l'irresistibile "Street Of Dreams", in cui la Fender di Blackmore si accontenta del ruolo di rifinitura per le linee melodiche intonate da un Turner in stato di grazia. Discorso differente invece per "Can't Let You Go", introdotta dalle tenebrose keyboards di Rosenthal ed irrobustita da un riff di chitarra "angolare" e spigoloso, che diventerà sostanzialmente un'anteprima della celeberrima "Knocking At Your Back Door". Altro potenziale hit song sarebbe "Desperate Heart", ideale comfort zone per l'ugola di Turner, e caratterizzata da micidiali incursioni tastieristiche che si posizionano ai confini del pomp rock. Non mancano ovviamente riferimenti più o meno velati ai Deep Purple, soprattutto nella classicheggiante "Fire Dance", facilmente associabile a "Gypsy's Kiss", altro pezzo da novanta che avrebbe fatto risplendere "Perfect Strangers" solamente un anno dopo.

Con queste premesse, e col senno di poi, risulta chiaro che Ritchie avesse già ben chiaro in testa come avrebbe dovuto suonare il loro ritorno discografico ufficiale. Turner probabilmente ci crede ancora, tanto che l'ipnotizzante performance espressa su "Bent Out Of Shape" può sicuramente essere considerata uno degli highlights assoluti della sua longeva e brillante carriera. Nonostante la brillantezza, l'album esce in vista di un orizzonte temporale "a scadenza", con Blackmore e Glover che sembrano non fare nulla per smentire le voci sull'imminente reunion dei Deep Purple in configurazione "Smoke On The Water", tanto per menzionare il loro hit più universalmente conosciuto. Ciò non significa che brani come la pomposa "Stranded", oppure le tostissime "Make Your Move" e "Drinkin' With The Devil", perdano un grammo del proprio valore compositivo, anzi probabilmente assumono un ulteriore valore aggiunto, determinato proprio dal senso di aleggiante precarietà che circonda ormai il destino del gruppo.

Turner, dal canto suo, si prenderà la sua personale rivincita sette anni dopo quando, dopo il licenziamento di Gillan, i Deep Purple sceglieranno lui come voce del già citato "Slaves And Masters".
Con la benedizione di Ritchie, ovviamente. Altra "protesi" di questi magnifici Rainbow saranno i Red Dawn dell'unicum "Never Say Surrender" (1993), costruiti attorno all'esperienza dei qui presenti David Rosenthal (tastiere) e Chuck Burgi (batteria).


ALESSANDRO ARIATTI 




Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...