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YNGWIE MALMSTEEN "TRILOGY" (1986)



Il 1986 è un anno cruciale per quello che, allora, veniva considerato "metal mainstream". In dodici mesi escono infatti un paio di album che, volenti o nolenti, sono destinati a segnare il sentiero da percorrere al fine di raggiungere un successo su lunga scala: "Slippery When Wet" dei Bon Jovi e "The Final Countdown" degli Europe.

Qual'è il nesso tra questi due blockbuster ed Yngwie Malmsteen?

A parte la militanza del bassista Marcel Jacob prima al fianco di Joey Tempest e soci, poi alla corte dei Rising Force, praticamente nessuno. Tuttavia il segnale è chiaro: volete raggiungere il top delle classifiche? Accomodatevi, ma non pensiate di arrivarci soffocando la melodia. Il fuoriclasse svedese della sei corde aveva già espresso qualche insofferenza nei confronti di un "pubblico composto prevalentemente da chitarristi" (citaz.): audience da lui stesso meticolosamente coltivata con un esordio quasi completamente strumentale, in seguito all'esperienza con gli Alcatrazz di Graham Bonnet. Ma è solo dopo il secondo 33 giri "Marchin' Out" che Yngwie decide di cambiare radicalmente approccio alla sua musica.

Intendiamoci, poco o nulla a che spartire con AOR e/o class metal, ma certamente una visione compositiva a più ampio raggio, in grado di attirare anche ascoltatori dai gusti meno intransigenti. Fuori il cantante Jeff Scott Soto, accompagnato alla porta anche il succitato Marcel Jacob, Malmsteen ingaggia il poco più che sconosciuto Mark Boals al microfono, proveniente dalla corte di Ted Nugent come bassista live. "Trilogy" esce ad un solo anno di distanza da "Marchin' Out", nel rispetto della consuetudine del periodo, tuttavia le differenze appaiono sostanziali.

La produzione, innanzitutto, suona molto più "da band" che non da gruppo costruito attorno al talento di un fenomeno, con la batteria di Anders Johansson decisamente più tonante. In seconda battuta una voce squillante ed acuta, come vuole il mercato di quell'epoca storica, in grado di esaltare i toni di linee melodiche dal più fruibile impatto.

Giusto per fare quel paragone palese agli occhi di tutti, ma che Malmsteen accetta a denti stretti col Maestro Blackmore, il modello di riferimento passa dai Rainbow di "Rising" a quelli più "down to earth" del periodo Bonnet/Turner. A partire dalla straordinaria opener (nonché singolo e videoclip) "You Don't Remember I'll Never Forget", una sorta di versione più robusta e meno pop-eggiante di "Island In The Sun" dei già menzionati Alcatrazz.

Le tastiere di Jens Johansson cadenzano il riff all'unisono con la chitarra di Yngwie su una batteria cannoneggiante, ed il cantato acutissimo di Mark Boals intona un'armonia memorabile. Quando poi entra in scena il torrenziale assolo di Malmsteen, sembra davvero di assistere ad una fuga violinistica in stile "Paganini rock". E se "Liar" attinge nuovamente dal passato Alcatrazz, citando in modo più o meno esplicito la saettante "Jet To Jet", è con "Queen In Love" che ci avviciniamo al songbook dei Rainbow post-Ronnie James Dio, grazie ad un roccioso mid-tempo opportunamente stemperato da un chorus di facile assimilazione. Stesso discorso potrebbe essere applicato a "Magic Mirror" e "Fire", che anticipano le inflessioni easy listening sviscerate poi appieno su "Odyssey" (con Joe Lynn Turner).

L'incendiaria "Fury" e la doomeggiante "Dark Ages" non disdegnano invece ripescaggi maggiormente tradizionali, con le loro atmosfere old-school non lontane dallo stile più naive di "Marchin' Out". Due le strumentali: la struggente "Crying" e la celebre "Trilogy Suite Op:5", nelle quali Yngwie può sbizzarrire tutto il suo ardore neoclassico per la gioia di quel "pubblico di chitarristi" dal quale vorrebbe affrancarsi. Almeno a parole.

Non è tutto rose e fiori, però: a metà tour Mark Boals, giudicato inadatto a cantare i vecchi brani, viene silurato dal Boss supremo. Al suo posto torna Jeff Scott Soto, ma soltanto per concludere le date live: come già detto, dopo la partnership con Bonnet negli Alcatrazz, all'orizzonte si staglia la collaborazione con un altro ex singer dei Rainbow, nella persona del suddetto Joe Lynn Turner. Il resto è storia, anzi "odissea".


ALESSANDRO ARIATTI






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