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ANGEL "ONCE UPON A TIME" (2023)



Al netto di "In The Beginning" del 1999, che riprovava a mettere in circolazione il nome Angel a vent'anni giusti da "Sinful", ovvero il più grande pop metal album della storia, l'autentico come-back del gruppo si è rivelato con "Risen". Rilasciato peraltro nel 2019, inframezzato da altri due decenni esatti. Dico questo perché, se sul primo mancava la forza trainante del chitarrista Punky Meadows, lasciando sostanzialmente nelle mani del cantante Frank DiMino l'eredità della band, nel secondo la sua stella tornava a brillare come ai bei tempi. Stavolta non occorre neppure un lustro per rivedere gli Angel in circolazione, anche perché le circostanze sono nettamente cambiate.

Il ritorno d'interesse verso sonorità del passato ha contagiato l'intero movimento hard'n'heavy, così "Risen" ha potuto contare su una richiesta live succulenta, tanto da indurre il gruppo a comporre in tempi relativamente brevi il suo successore. La formazione rimane la medesima, con Charlie Calv (ex Shotgun Symphony) a vestire i panni del "nuovo Gregg Giuffria", anche perché giustamente non si cambia una squadra vincente. Dirò di più, l'opener "The Torch" si candida prepotentemente a diventare la nuova "Tower"/"The Fortune", col suo solenne incedere di tastiere "bissato" dalla chitarra "illuminata" di Meadows. L'arpeggio di acustica apre la strada al cantato di un Frank DiMino che pare non risentire mai dell'usura del tempo, visto che la sua ugola suona talmente cristallina da riportarci direttamente dalle parti del 1975. Quando poi arriva il chorus, sfido chiunque a non provare brividi di piacere, misti ad intensa nostalgia per un passato leggendario. Canzone dell'anno? È pure poco, allargherei l'orizzonte temporale di parecchio.

La ritrovata lena compositiva, già efficacemente palesata in "Risen", viene confermata con la più immediata "It's Alright", dove la melodia facile viene accompagnata da un mood "drammatico" che pare la costante artistica di gran parte dell'album. Come la title-track, ad esempio, un esercizio di epica musicale che racconta dell'unione tra un Angelo ed un Demone, con la precisazione (fin dal titolo) che "non finisce bene". Siamo prossimi al songbook del compianto Meat Loaf, tanto per capirsi. Troviamo anche rimandi più o meno espliciti al periodo "White Hot"/"Sinful", ben rappresentati da "Blood On My Blood", "Turn The Record Over" e "Liar Liar", così come non si lascia attendere la ballad (splendida!) da rimandare ai posteri, a titolo "Let It Rain". Se "Psyclone" e "Without You" sciorinano hard rock di classe, "Black Moon Rising" dimostra un mirabile bilanciamento tra ritmiche sorprendentemente funky e squisita efficienza melodica.

Nulla da fare, quando i vecchi leoni decidono di ruggire sul serio, fanno ancora piazza pulita di presunti, aspiranti eredi. "C'erano una volta gli Angel", eppure la loro sembra ancora una storia ben lungi dal considerarsi terminata.


ALESSANDRO ARIATTI




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