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CELTIC FROST "COLD LAKE" (1988)



Con "To Mega Therion" ed "Into The Pandemonium" i Celtic Frost sparigliano, come pochi altri, le carte al tavolo vincente dell'heavy metal. All'indomani di due simili capolavori, che avrebbero ispirato centinaia di gruppi dediti ad una visione non semplicistica e monotematica della musica estrema, il leader Thomas Gabriel Fischer, passato naturalmente alla storia con lo pseudonimo di Tom Warrior, lascia tutti a bocca aperta tramite una dichiarazione a dir poco sconcertante. "Il prossimo album sarà completamente diverso, faremo qualcosa di molto simile al glam metal ed a gruppi come i Motley Crue".

Inutile sottolineare quanto il mondo del 1988 sia diverso da quello attuale, in cui il feedback tra musicisti e fruitori è diventata una prassi quotidiana sui social. Oggi, se una extreme band si permettesse di uscirsene con una frase simile, verrebbe subissata di post da parte di fans traditi, con preghiere imploranti di tornare sulla decisione, oppure da paginate di insulti a colazione, pranzo e cena. All'epoca, si acquistava la rivista, si leggevano le news, anche quelle sgradite, e si incassava il colpo. Voltare pagina, farsene una ragione, e pedalare: forse pure da queste piccole cose si imparava a diventare uomini, e non bambocci capricciosi. Chiusa la parentesi, è ovvio che una "bomba" mediatica simile è destinata a far discutere, anche perché i Celtic Frost rappresentano veramente un avamposto posizionato ai limiti del mondo conosciuto, e ben pochi farebbero buon viso al cattivo gioco di passare da una "Sorrows Of The Moon" ad una "Girls, Girls, Girls". Warrior perde i pezzi per strada, infatti viene abbandonato dai suoi compagni di viaggio Reed St. Mark e Martin Eric Ain, sicuramente spaventati da parole tanto inaspettate quanto audaci.

Il loro posto viene occupato da Oliver Amber e Kurt Victor Bryant, ragazzotti di bell'aspetto e funzionali (nel look) a quella che avrebbe dovuto essere la svolta hair metal del gruppo svizzero. Uso il condizionale perché "Cold Lake", che esce il primo settembre 1988 ancora una volta per la leggendaria Noise Records, racconta una realtà ben diversa da quella paventata da Warrior.

Non scherziamo: chiunque abbia una minima conoscenza di ciò che passavano le radio anni 80, dovrebbe sapere che non una sola traccia di "Cold Lake" avrebbe goduto della benché minima chance di entrare a far parte del mainstream dell'epoca. Una "Seduce Me Tonight", ad esempio, al di là del titolo e della presentazione visiva con relativo look da "battone", assomiglia molto di più ad una versione "addomesticata" di "The Usurper" che a qualunque hit in formato Motley Crue. Gira una battuta "d'epoca" riguardo al disco: "si tratta del glam metal più oscuro mai registrato". Un po' di ironia per sottolineare che, di quel sound, "Cold Lake" non ha proprio nulla.

Come si possono definire "commerciali" canzoni come la rutilante "Petty Obsession", la perentoria "(Once) They Were Eagles", oppure le drammatiche "Juices Like Wine" e "Roses Without Thorns"? Certo, si tratta di un approccio molto più "easy" rispetto all'oscurità scesa sulla Terra di "To Mega Therion", oppure alla sperimentazione post-dogmatica di "Into The Pandemonium", eppure parliamo sempre di thrash metal, con la "h" a dividere rigorosamente le consonanti "t" e "r".

Non mancano un paio di tracce di puro hard'n'heavy come "Little Velvet" e "Cherry Orchards", ma ci pensa la voce sgraziata di Warrior a precludere qualsiasi velleità di diffusione radiofonica.

Resto convinto, come lo ero già all'epoca, che il buon Tom abbia giocato a fare il provocatore, gettando l'amo per osservare quanti pesci avrebbero abboccato: una sorta di esperimento sociale tra i fans. È bastato un parrucchiere, un po' di mascara, eludere la sovrabbondanza di elementi presenti sui due dischi precedenti, e la maggior parte di loro ci casca con tutte le scarpe. Non è sufficiente parlare di "taste of vapor of love" ("Little Velvet") per rendere glam un brano heavy metal, figuriamoci narrare gli orrori della guerra del Vietnam nel roccioso mid-tempo dal titolo "Downtown Hanoi". La veloce "Dance Sleazy" ribadisce il concetto di album semplice e diretto, ma non per questo accostabile, neppure minimamente, alle gesta degli eroi dello shock rock d'oltreoceano.

Non vorrei sembrare irriverente o irrispettoso, ma ho sempre considerato "Cold Lake" il "Black Album" ante-litteram di casa Celtic Frost, con tutti gli annessi e connessi.

Sarebbe bastato posticiparlo di qualche anno per trasformare l'infamia che lo accompagna in fama?

Sicuramente non nella misura dei Metallica, ma di certo ne avrebbe modificato la percezione.


ALESSANDRO ARIATTI



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