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MICHAEL WHITE "MICHAEL WHITE" (1987)



Michael White & The White
 nascono originariamente nei primi anni 70, come cover band dei Led Zeppelin. Alla scelta artistica contribuiscono sia l'amore verso le canzoni e gli straordinari album di Jimmy Page e soci, ma anche una singolare somiglianza, sia fisica che canora, tra le voci delle due rispettive band. Pochi lo sanno ma, ad inizio carriera, White collabora con musicisti che sarebbero poi diventate delle vere e proprie icone di un certo genere di hard'n'heavy: sto parlando di George Lynch e Mick Brown (Dokken), di Lenny Cordola (GiuffriaHouse Of Lords), addirittura dei Motley Crue. E' incredibile che, per vedere campeggiare nei negozi un album firmato Michael White, occorra attendere fino al 1987: esattamente quando Robert Plant stesso mette una buona parola presso gli amici di Atlantic Records, sponsorizzandolo con una proposta che "non può essere rifiutata". Giusto per citare uno dei più celebri motti de Il Padrino.

Registrato presso i Musicland Studios di Monaco di Baviera, stessa location in cui i Led Zeppelin danno i natali a "Presence", il primo omonimo 33 giri del vocalist americano vede addirittura il leggendario Mack (QueenELOBlack Sabbath ecc.) dietro al banco del mixer. Sono anni in cui non si bada a spese, perchè i dischi si vendono praticamente da soli ed il pubblico è assai ricettivo, specialmente verso un determinato tipo di musica.
Anche i collaboratori coinvolti sul disco sono nomi piuttosto altisonanti: Randy Piper dagli WASPAlan St Johns (from Billy Squier), Bobby Chouinard (Gary Moore band), e Danny Bilan (Moxy).
Al di là del "pedigree" degli artisti o tecnici coinvolti, "Michael White" vive comunque di luce tutta propria, anche perchè frutto di anni di composizioni mature e già ben definite.
Il lavoro che ne esce è infatti un sapiente mix tra AOR d'autore e sensibilità Zeppeliniana, nello stesso periodo in cui i Whitesnake decidono di citarli con "Still Of The Night", ed un anno prima che i Kingdom Come dell'omonimo esordio facciano schiumare di rabbia il buon Robert Plant, con le sue accuse molto poco velate di volgare plagio.

Strano che lo stesso trattamento non venga riservato a Michael White, oppure ai Bonham del "nipotino" Jason per "The Disregard Of Timekeeping". Tralasciando i misteri Plant-iani e tornando all'album in questione, canzoni come la suggestiva "Fantasy" e la rocciosa "Bring On The Night" salgono sulla "giostra" del Dirigibile dell'ultimo periodo: quelli del succitato "Presence" e soprattutto di "In Through The Outdoor", ovvero quando John Paul Jones decide di prendere in mano i sintetizzatori, facendoli diventare egregiamente una parte integrante nel sound del gruppo. Addirittura su "Matriarch" si odono echi nemmeno troppo velati di "The Crunge", da "Houses Of The Holy", con tutto il pesante fardello funky che ne consegue.
In "Psychometry" il palcoscenico Zeppelin viene preparato con tutti i particolari del caso (leggasi lussureggianti orchestrazioni alla "Kashmir"), tanto che la similitudine con il singing di Plant diventa un orpello contemporaneamente prezioso ed imbarazzante. Come dicevo poc'anzi, strano che Sir Robert crocifigga pubblicamente Whitesnake e Kingdom Come, mentre passi oltre davanti ad un simile "omaggio". Forse perchè i primi godono di un successo milionario, mentre White non se lo fila nessuno?
Una sorta di corsa alla "visibilità" mediatica ben prima dell'avvento dei social?

Col senno di poi, credo proprio che sia andata così.
Il ripescaggio continua con la splendida (ed esplicativa già dal titolo) "Deja-Vu", ma anche con la ritmata "Jumpin' The Fence": non vorrei punzecchiare più di tanto il totem inglese, ma francamente non ricordo canzoni altrettanto riuscite nel suo corso post "In Through The Outdoor". L'AOR dell'epoca entra prepotentemente nei radar creativi della soffusa "I Know You Need Someone" e di "Radio", con tanto di tastiere synth pop ad espanderne il potenziale commerciale.
Tocca all'hard rock edulcorato di "Dancer" chiudere in bellezza un lavoro magistrale, che avrebbe meritato un successo pari, se non superiore, a quello dei già menzionati Kingdom Come.


ALESSANDRO ARIATTI




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