Passa ai contenuti principali

TONY MARTIN "BACK WHERE I BELONG" (1992)



Non bastano tre dischi fantastici (peraltro rilasciati in rapida sequenza) come "Eternal Idol" (1987), "Headless Cross" (1989) e "Tyr" (1990), per garantire a Tony Martin il "posto fisso" nei Black Sabbath. Succede infatti che Ronnie James Dio, la cui carriera solista sembra in caduta libera, colga la palla al balzo per ricominciare quel lavoro brutalmente interrotto nel 1982, dopo i pesanti litigi con la band a causa del mixaggio su "Live Evil". Tony si ritrova quindi, dall'oggi al domani, senza posto di lavoro assicurato, tuttavia sono ancora tempi in cui si può ipotizzare una carriera solista.

Le vendite non sono ancora ostaggio di Spotify e stronzate simili, i dischi si vendono ed il pubblico è ricettivo, soprattutto se il nome conta. Martin si contorna di un manipolo di amici come i batteristi Nigel Glockler (Saxon) e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr e già membro degli ASAP di Adrian Smith), il tastierista Richard Cottle ed il bassista Neil Murray, altro silurato di lusso dai Black Sabbath "1988-1990 era" (ovviamente in favore del rientrante Geezer Butler).

Dal titolo, sembra quasi che Tony voglia affrancarsi da un passato prossimo ingombrante: "Back Where I Belong", ovvero "ritorno al posto a cui appartengo", il che potrebbe anche rappresentare una dichiarazione legata all'amarezza del licenziamento.

Non dimentichiamoci infatti che, prima di essere ingaggiato da Toni Iommi, Martin faceva parte di una band chiamata The Alliance. Il cui pedigree appariva certamente più vicino all'AOR che all'epic/doom dei "suoi" Black Sabbath. E basta ascoltare la versione originale di quella "Strangers" che avrebbe poi toccato il suo massimo fulgore nella spettacolare versione contenuta su "Evolution" di Misha Calvin. Ricordo perfettamente, per citare il motto di un noto critico italiano, che "Back Where I Belong" esce poco prima del Monsters Of Rock 1992 a Reggio Emilia, quando proprio i Black Sabbath di "Dehumanizer" partecipano alla grande kermesse "metallara" assieme ad Iron Maiden, Megadeth, Testament, Warrant, Pantera ed il "nostro" Pino Scotto. E ricordo, sempre perfettamente, che le preferenze del sottoscritto viravano maggiormente nei confronti di questo album rispetto allo strombazzato come-back di Ronnie James Dio alla corte di Toni Iommi.

"Back Where I Belong" viene aperto da "If It Ain't Worth Fighting For", il cui riff sembra quasi il gemello di "Headless Cross", anche se il chorus si differenzia nettamente da sentenze sulfuree, in favore di un easy listening piuttosto importante. "If There Is A Heaven" è invece una clamorosa ballad dove Martin dispiega tutte le potenzialità della sua estensione vocale, all'epoca pressoché illimitata. La title-track e soprattutto l'urgente "Sweet Elyse" calcano invece il "Purple carpet" con efficace competenza, grazie soprattutto ad un tappeto di Hammond che fa tutta la differenza di questo mondo. E sempre per restare nel territorio di Ritchie Blackmore e soci, "India" cita addirittura il riff di "Burn" durante l'assolo, evitando accuse di plagio per puro miracolo. Presenti anche un paio di episodi dall'anima quasi soul come "It Ain't Good Enough" e "Angel In The Bed", che giustificano paragoni comunque gratificanti con i Bad Company del periodo. "Why Love" è uno slow dall'intensità "monster", che arriva persino ad oscurare "Feels Good To Me", ammiccante singolo e videoclip estratto da "Tyr": ascoltare per credere.

Ed a proposito del disco appena citato, arrivano anche le tastiere di Geoff Nichols a dar man forte a Tony: prima con la strumentale "Road To Galilee", e subito dopo nel remake di "Jerusalem", leggermente meno gravosa dell'originale, ma sempre contraddistinta da un innegabile fascino arcano. "Back Where I Belong", nonostante l'evidente qualità canora e compositiva, non vende quanto merita, ma le buone notizie per Martin arrivano pochi mesi dopo. Il delicato "giocattolo" Black Sabbath "Mark 2" si rompe quasi subito perché l'intransigente Dio non ne vuole sapere di reggere il moccolo ad Ozzy Osbourne, così Toni Iommi lo richiama in fretta e furia per le registrazioni di "Cross Purposes" (1994).

Al di là delle vicissitudini legate indissolubilmente al "banner" Black Sabbath, "Back Where I Belong" merita in ogni caso di splendere di luce propria. Esattamente come Tony Martin.


ALESSANDRO ARIATTI



Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

MEGADETH "MEGADETH" (2026)

So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersu...