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VIRGIN STEELE "NOBLE SAVAGE" (1985)



Considerati a voto plebiscitario uno dei gruppi fondatori dell'epic metal, i
 Virgin Steele nascono ufficialmente nel 1981, attorno alle figure di David DeFeis (voce e tastiere), Jack Starr (chitarra), Joey "O" Reilly (basso) e Joey Ayvazian (batteria). Il primo step del quartetto americano è un demo-tape che, in teoria, non avrebbe dovuto godere dei crismi dell'ufficialità, visto anche il risicato budget (circa mille dollari) raccolto per le registrazioni. In realtà, il brusio che si crea attorno al loro nome li costringe a trasformarlo nell'omonimo esordio discografico (1982), bissato l'anno successivo dal ben più strutturato "Guardians Of The Flame". Tuttavia i rapporti tra DeFeis e Starr non sono affatto buoni: non tanto per problemi a livello personale, quanto per una "visione" artistica divergente riguardo alla direzione musicale del gruppo. La scissione è inevitabile: Jack abbandona il gruppo, e lascia a David l'onere di deciderne le sorti, non prima di aver tentato di accaparrarsi i diritti sul nome. Un tentativo che viene stroncato sul nascere dall'azione legale di DeFeis, nonostante Starr fosse già pronto ad imbarcarsi in un tour francese utilizzando il nome Virgin Steele.

Arriviamo quindi al 1985, quando la band esce col nuovo disco da studio, il terzo, forte dell'ingresso del nuovo chitarrista Edward Pursino, amico d'infanzia dello stesso DeFeis. Se molti prevedevano un declino rispetto a "Guardians Of The Flame", a causa dello split con Jack Starr, le perplessità vengono spazzate via come neve al sole. "Noble Savage" resta infatti, ancora oggi, uno dei titoli più blasonati e celebrati, almeno quando si parla di heavy metal epico. Merito di una collezione di canzoni che hanno tuttora ben pochi eguali, per capacità espressiva, ed immane potenza visiva. Basterebbe la scattante title-track, inaugurata dai sognanti suoni di tastiera di "Images Of A Faun At Twilight", per far entrare questo album nella leggenda. Con questo brano, i Virgin Steele inventano letteralmente il metal "sinfonico" ante litteram, avvalendosi soltanto del proprio talento e di strumentazioni "umane", senza ricorrere a quelle diavolerie posticce che ci saremmo dovuti sorbire un decennio dopo. L'esercizio viene ripetuto anche nella conclusiva "Angel Of Light", con quell'arabeggiante intro gestito dalle solite keyboards ad anticipare un riff roccioso, parti vocali magistralmente condotte da DeFeis, ed un chorus da annoverare tra i più belli in assoluto per il genere trattato.
Non mancano tracce maggiormente influenzate dal class metal d'annata, come "We Rule The Night", "I'm On Fire", oppure "Rock Me", così come una meravigliosa ballad a titolo "Don't Close Your Eyes". I Virgin Steele, complice anche la timbrica unica della voce di David, risolvono il tutto alla loro maniera, distinguendosi comunque da un modello stilistico precostituito, anche se di grande successo. "Thy Kingdom Come" ribadisce che "Noble Savage" può essere considerato come l'alternativa più "romantica" rispetto alla muscolarità illuminata dei Manowar, e fu probabilmente questo aspetto a determinare il succitato divorzio tra Starr e DeFeis di due anni prima.

Col successivo "Age Of Consent", i Virgin Steele ripeteranno più o meno la formula vincente di "Noble Savage", calando l'asso di "The Burning Of Rome (Cry For Pompei)", che può essere considerato senza il minimo timore di smentita uno dei brani simbolo dell'epic metal. DeFeis, sempre più padre/padrone del marchio, si cimenterà poi in straordinarie sonorità Whitesnake style con "Life Among The Ruins" (purtroppo fuori tempo massimo), per poi planare nuovamente in una dimensione ancora più visionaria di heavy sound grazie ai due capitoli di "The Marriage Of Heaven And Hell", ovviamente ispirati al lavoro letterario di William Blake.

In questa sede, preme solamente sottolineare la straordinario caratura di "Noble Savage" perché, onestamente, ad una metal band non è lecito chiedere di più.


ALESSANDRO ARIATTI 



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