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PHIL RUDD "HEAD JOB"



Tra tutti i componenti degli AC/DC, passati e presenti, Phil Rudd è sicuramente quello che ha maggiormente incarnato il ruolo di "bad boy" della situazione. Non so se avete presente le "fedine penali" scolastiche del gruppo, pubblicate nella versione originale australiana di "High Voltage", con le rispettive bravate dei cinque ceffi. Ebbene, il batterista ha continuato imperterrito su quella falsariga pure in età adulta, tra questioni di droga, alcool a fiumi, storiacce di violenza e periodi più o meno prolungati di detenzione.

È durante il tour di "Black Ice" che a Phil viene in mente il "pensiero stupendo" di fare le cose in proprio, quasi una terapia per sfogare il proprio talento compositivo, da sempre soffocato e soggiogato a causa della gigantesca ombra dei fratelli Young. Tra l'altro, "Head Job" esce nel 2014, anno di pubblicazione di "Rock Or Bust", che vede il rientro negli AC/DC di Chris Slade, protagonista su "The Razors Edge" (1990) e relativo tour a supporto.

Rudd è infatti impelagato in problemi con la legge, ed il gruppo non ha tempo per attenderne gli sviluppi processuali. Dopo aver coinvolto nella registrazione del disco il chitarrista Geoffrey Martin, ed il bassista/cantante Allan Badger, Phil riprende in mano del materiale risalente addirittura al 1980.

Lo stile è ovviamente un hard rock'n'roll dall'impronta epidermica e quintessenziale, pur senza ricalcare a tutti i costi l'intransigente formula della navicella madre.

Anzi, c'è spazio per reminiscenze anni 50/60 ("Crazy"), ma anche per riff imbottiti di funky e soul ("No Right"), che regalano un senso di poliedricità piuttosto marcata al songbook di "Head Job".

Diciamo che gli AC/DC restano più che altro una inevitabile protesi artistica, ma pezzi come "The Other Side" evidenziano un insospettabile gusto melodico che potrebbe lasciare esterrefatti i più.

Coloro che hanno sempre visto Rudd come il "braccio armato" del leggendario quintetto australiano, tanto per capirci.

Phil e Allan Badger si scambiano spesso e volentieri il microfono, eppure il risultato appare piuttosto omogeneo, vista la somiglianza tra i due rispettivi timbri, quasi delle versioni meno "cartavetrate" rispetto all'ugola "no compromises" di Lemmy Kilmister. Una traccia come "Repo Man", ad esempio, potrebbe essere descritta come il perfetto incrocio tra AC/DC e Motorhead, e non è un caso che venga selezionata come primo singolo.

Prevedibile la scelta di "Head Job" come title-track dell'album, visto che stiamo parlando della song probabilmente più "scontata" (in senso positivo) della raccolta; ma poco importa, perché ci pensano "Sun Goes Down", "Lonely Child" e "Lost In America", posizionate in rapida sequenza, ad innalzare brutalmente il "fattore sorpresa" di un lavoro che, se paragonato al contemporaneo "Rock Or Bust" dei fratelli di sangue Young, non esce per nulla sconfitto o con le ossa rotte.

Dice lo stesso Phil: "la Universal, a cui avevo presentato otto canzoni, mi chiese di arrivare ad undici, e così li accontentai senza problemi. Allo stesso tempo, dopo avermi sentito cantare, dissero che avrei dovuto prendere in mano il microfono, ma io sono un drummer da sempre. Non sono abituato a quell'incombenza. Tuttavia in alcuni pezzi ho accettato di occuparmi delle parti vocali: credo anche con buoni risultati".

Ovviamente il responso di "Head Job" non è minimamente in linea con le vendite degli AC/DC, ed il terzetto si trova costretto a suonare in fumosi club di terz'ordine. Al pari di un caterpillar "fuorilegge", dopo aver affrontato (e superato) i propri guai con la giustizia, il drummer viene reintegrato da Angus Young e soci nel gruppo, in occasione dell'incisione dell'ottimo "PWR Up".

Giusto così, anche perché se si trattasse del "canto del cigno", sarebbe un degno suggello di una carriera irripetibile. Lo stampo di certo artisti non è replicabile, prendete nota e fatevene una ragione.


ALESSANDRO ARIATTI 





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