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HOUSE OF LORDS "FULL TILT OVERDRIVE"


La collaborazione tra James Christian, rimasto unico padre/padrone degli House Of Lords, e Mark Mangold (American Tears, Touch, Drive She Said, The Sign, Keys), songwriter sopraffino e straordinario tastierista, aveva già portato i primi importanti frutti su "Saints And Sinners" del 2022. Non un album perfetto, certamente non accostabile ai migliori episodi della band, eppure nettamente superiore alle loro ultime prove, sempre più che sufficienti ma invero un pò standardizzate. Lo dico chiaro e tondo, essendo cresciuto prima con i Giuffria e poi con gli House Of Lords di Gregg: che il gruppo non avesse un tastierista fisso, dal nome importante e con caratteristiche ben precise, per me era un insulto alla loro storia. Come se i Deep Purple si privassero di un keyboards player per affidarsi a suoni campionati o guest musicians. Assurdo. Mangold aveva già scritto la stragrande maggioranza del materiale presente sul succitato "Saints And Sinners", una specie di "prova generale" (peraltro ben riuscita) in vista di ulteriori sviluppi artistici. La replica arriva due anni dopo, con una formazione confermatissima, evidentemente soddisfatta del lavoro svolto sul disco precedente. "Full Tilt Overdrive" esalta le peculiarità del duo Christian/Mangold, col secondo che riesce ad imporre il suo marchio AOR e pomp-rock in diverse occasioni. Per il primo caso, citerei la straordinaria "State Of Emergency" col suo mood clamorosamente 80's che rievoca antichi fasti, nonché la sontuosa ballad "Don't Wanna Say Goodbye". Per il secondo aspetto, la conclusiva "Castles High" ed i suoi nove minuti di sonorità ad alto tasso di sfarzo tastieristico, ma anche una "Not Your Enemy" che risente del taglio "pomp moderno" espresso dai Keys di Mangold e Jake E. Bellissima anche "Taking The Fall", con le sue reminiscenze Whitesnake/Zeppelin, che non può non rimandare alla celebre "Can't Find My Way Home" del capolavoro "Sahara" (1990). Prima si citavano i Deep Purple: la title-track ne è praticamente un gradito omaggio, con l'Hammond di Mark ad irrobustire un riff dalle dichiarate sembianze Blackmore-iane. Se il primo singolo "Bad Karma" spinge il giusto perché unisce irruenza a melodia, le cose funzionano meno bene quando il chitarrista Jimi Bell, sicuramente il più "metallaro" della situazione (collaborò anche con David Wayne), prende in mano le redini della situazione con la consueta aggressività tipica del metal "2.0". Fortunatamente si tratta di un paio di episodi, che non inficiano più di tanto il valore di un album dalla qualità non discutibile.

ALESSANDRO ARIATTI 





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