Esiste un album rock più atteso, nel 2024, di "Luck And Strange"? Io non credo. Eppure stiamo parlando di un pacato lord inglese di 78 anni, e lasciamo perdere che di nome faccia David e di cognome Gilmour. Lasciamo perdere che fosse parte di un "certo" gruppo chiamato Pink Floyd: gente che, tra la fine dei 60's e l'inizio degli 80's, sconvolse il mondo della musica traformandolo per sempre. Esiste un prima ed un dopo, si dice per "eventi" importanti (e traumatici) della vita: ebbene, lo stesso si può dire nel caso di "The Dark Side Of The Moon", indipendentemente da quale sia il vostro album preferito del gruppo (ognuno ha il proprio). Così come esiste un pre ed un post "The Wall", anche se molti obietteranno che "Animals", in fondo, gli era superiore. Ecco, prendo spunto proprio da quest'ultimo per ricollegarmi ad un magnifico articolo che un noto critico italiano ha riservato all'uscita di "Luck And Strange". Nel pezzo si legge una testimonianza dell'epoca da parte dell'autore che, quando uscì appunto "Animals", faticò a riconoscere la chitarra di Gilmour. "Troppi alti, troppe slide, come se non si trattasse di David". Esagerato? Per niente. Lo dico perché pure io considero quell'album, che da una parte ho amato ed amo alla follia, una sorta di "esperienza a parte". Sapete cosa mi conquistò perdutamente dei Pink Floyd? "QUEL" tono di chitarra, di cui l'intro su "Shine On You Crazy Diamond" è una sintesi a dir poco esauriente. Rispetto a quanto scritto dal maestro di giornalismo musicale succitato, che intinge spesso il proprio prestigioso pennino nel curaro, non mi addentro nelle polemiche Waters-Gilmour e Gilmour-Waters. Credo che ognuno dei due abbia le proprie ragioni, e non mi precludo di apprezzare l'operato dell'uno perché idelogicamente sto dalla parte dell'altro. "Sono troppo vecchio per queste cazzate" direbbe Danny Glover in Arma Letale (eh si, resto fermamente un boomer anche nelle citazioni). Ma si parlava di "tono", di quel suono INCONFONDIBILE con cui solo alcuni prescelti hanno saputo far "parlare" la propria chitarra (Hendrix, Blackmore, Knopfler, Page, gli Young). Su quello potete stare tranquilli, "Luck And Strange" ne è colmo come un rigoglioso albero in piena fioritura: d'altronde, a quasi 80 anni, chi ha scritto la storia può permettersi, non dico di tirare il fiato, ma almeno di rifugiarsi in quel "porto sicuro" che ha contribuito a costruire con le proprie mani. Rispetto agli altri quattro lavori solisti di David, siamo sicuramente davanti al disco più intriso di blues in assoluto; ma è un blues filtrato attraverso la sua classica melodia "lirica". La malinconia si ammanta di dolcezza, grazie a quell'armoniosa voce che si fonde alla sei corde come se fosse un inscindibile tutt'uno. Ed anche a questa sensazione siamo ormai abituati da decenni: la sostanziosa title-track ne è un esempio piuttosto importante.
ALESSANDRO ARIATTI

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