Passa ai contenuti principali

OPETH "THE LAST WILL AND TESTAMENT" (2024)


Cronologicamente siamo alla fine della prima guerra mondiale. Una famiglia si riunisce per la lettura del testamento del patriarca da poco defunto: un ricco nobile, alquanto severo, conservatore e (diciamolo) stronzo. Sono presenti nella magione due gemelli, un maschio ed una femmina sulla ventina, ma anche una ragazzina affetta da poliomelite. Una grave malattia scheletrica che verrà definitivamente sconfitta dal vaccino Sabin nel 1955, ma questo è un altro discorso. Durante la lettura, i tre ragazzi arrivano a scoprire segreti inconfessati: i gemelli, ad esempio, vengono a sapere che non sono figli di quello che ritenevano il loro padre, ma di un dipendente della servitù. Una volta scoperto di essere sterile, il patriarca chiese a costui di mettere incinta la moglie, anche se successivamente pensò bene di sbarazzarsi dell'uomo per cancellare ogni sospetto. Allo stesso tempo, la ragazza poliomelitica viene presentata per la prima volta come vera ed unica erede del patriarca, frutto di una storia extraconiugale con la domestica della famiglia. Mentendo alla propria moglie (già deceduta quando il testamento viene letto), il personaggio principale aveva raccontato che la ragazza era il risultato di una storia finita malissimo, e che la famiglia avrebbe dovuto crescerla come se fosse una loro pari rango. Essendo l'unica consanguinea, tocca quindi alla giovane ereditare l'intero ingente patrimonio, lasciando a bocca asciutta i due gemelli. Ma qui arriva il colpo di scena finale, perché nell'ultimo brano "A Story Never Told", l'unico con un titolo che non sia numerato da un paragrafo, si giunge alla lettera della domestica lasciata alla figlia. In essa viene scritto che la ragazza è in realtà frutto di un'altra relazione, e che la domestica ha soltanto fatto credere al patriarca (veramente sterile) che fosse sua, in modo da permetterle una vita agiata e confortevole, nonostante la malattia invalidante. Fin qui il lato lirico/testuale, poi inizia quello musicale. Rispetto a "In Cauda Venenum" (ma in generale a tutti gli album post "Heritage"), il nuovo "The Last Will And Testament" risulta meno logorroico, meno impegnativo nella riproposizione filologica dei pattern legati al vecchio mondo del rock progressivo. I sette paragrafi del "testamento" possiedono una geometria non lontana dalla filosofia Tool: se aggiungiamo il ritorno parziale al growl da parte di Michael Akerfeldt, si capisce immediatamente come gli Opeth abbiano cercato di raggiungere un compromesso artistico tra la prima e la seconda fase. "Ghost Reveries" come riferimento? Non proprio, ma nemmeno ci allontaniamo troppo. La musica fluisce corposa e dinamica, perdendosi forse in qualche barocchismo di troppo, che però viene giustificato anche dalla tipologia di storia e dal rigoroso contesto coreografico. Chi dava gli Opeth per morti e sepolti artisticamente, ormai rinchiusi nella loro comfort zone vintage, sempre pregevole ma anche prevedibile, dovrà per forza ricredersi. "The Last Will And Testament" riapre scorci di ricerca sonora, il che non è esattamente scontato per un gruppo con quasi 35 anni di attività.

ALESSANDRO ARIATTI



Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...