Passa ai contenuti principali

"SO HAPPY IT HURTS": BRYAN ADAMS TRA FELICITÀ E DOLORE


"La pandemia ed il lockdown hanno davvero portato in ogni casa una verità: la spontaneità della vita quotidiana può essere spazzata via da un momento all'altro" dice Bryan Adams in fase di presentazione di "So Happy It Hurts". Reduce da due prove non molto rappresentative della sua filosofia artistica ("Get Up" e "Shine A Light"), il canadese riannoda i fili del passato, che tornano a muovere il songwriting in senso più tradizionale. Non si può probabilmente parlare di un ritorno a "Waking Up The Neighbors" (nonostante la rinnovata collaborazione con Mutt Lange), tantomeno a quello di un "Reckless" o di un "Into The Fire". È però un dato di fatto che soltanto lui, l'eterno ragazzo della "estate del '69", poteva scovare un pertugio di felicità in uno dei momenti più drammatici della storia. Già, perché "So Happy It Hurts" recupera la vena festaiola del rocker canadese, che negli ultimi album aveva lasciato il posto ad una vena autoriale sicuramente apprezzabile, ma poco rappresentativa della sua carriera. Nemmeno reduci degli 80's da bere come i Bon Jovi, tanto per dire, hanno mantenuto un rapporto energia/positività paragonabile a quello di Bryan: perché lui è l'erede di Peter Pan, "il diciottenne fino alla morte" dichiarato appunto dall'album "18 'Til I Die", uscito in piena depressione grunge con la strafottenza di un teenager. Quando irrompe "So Happy It Hurts" (2022), è una boccata d'aria fresca: una finestra spalancata che arieggia una stanza dall'odore stantio, provocato dalle tante, troppe "chiusure" di un mondo impazzito. "Molti pezzi risalgono al pre-Covid, ed è stato bello lavorare nuovamente con Mutt Lange dopo tutti quegli anni. 'These Are The Moments That Make Up My Life' era originariamente destinata a far parte della colonna sonora di Io & Marley del 2008 con Owen Wilson e Jennifer Aniston, mentre 'I've Been Looking For You' fu composta nello spirito del musical dedicato a Pretty Woman".


Il disco riceve recensioni quasi unanimemente positive, se non entusiaste. Tra i commenti più autorevoli quello di Louder: "Per quattro decenni Bryan Adams è stato il dio del rock radiofonico, il ragazzo della porta accanto dotato di un immenso talento per quei cori meravigliosi. Ogni tanto si è allontanato dalla strada maestra, ma proprio quando pensi che un'era è definitivamente tramontata, eccolo tornare alle sane, vecchie abitudini. Se ti consideri un fan del rock'n'roll, 'So Happy It Hurts' è un must". Ma l'articolo più significativo sull'album risulta essere probabilmente quello del The Daily Telegraph a firma di Sarfraz Manzoor, in seguito ad una conversazione via Zoom proprio con l'autore. "Quando si ricordano gli ultimi anni, è difficile sentirsi ottimisti. A meno che non ti chiami Bryan Adams! La rock star canadese ha, non so come, realizzato un disco pieno di canzoni divertenti, che solleveranno gli animi ed alzeranno i pugni in aria. Ascoltandole, ci si chiede come si possa vivere questo periodo con una simile allegria". Più chiaro di così, è impossibile. Eppure basta inserire il CD nel lettore per provare le medesime sensazioni. La title-track, posta in apertura, manifesta un'attitudine pop-rock riconducibile addirittura all'energia contagiosa di "Reckless". L'immancabile rapprentanza ballad è invece guidata da "Always Have, Always Will", replicata dalla già citata "These Are The Moments That Make Up My Life". Sorprendente, come sempre, l'incredibile tenuta temporale della voce di Bryan, che sembra esattamente la stessa di 40 anni prima: quella che aveva scandito le varie "Cuts Like A Knife" o "Heaven". Se conosceste qualcuno invecchiato meglio, vi prego di segnalarmelo, perché qui siamo veramente ai limiti del paranormale. Con "So Happy It Hurts", Adams dipinge nuovamente uno scenario rassicurante, un sicuro approdo sul quale contare quando si vogliono ascoltare rock graffianti o slow struggenti: insomma, dei classici. Buoni per qualsiasi stagione, corroboranti anche nei momenti più difficili. 






ALESSANDRO ARIATTI

Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

MEGADETH "MEGADETH" (2026)

So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersu...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...