Passa ai contenuti principali

TREMONTI "THE END WILL SHOW US HOW" (2025)


Hard rock moderno, oscuro ma melodico, con un protagonista che diventa sempre più consapevole non solo delle proprie indiscusse qualità chitarristiche, ma anche delle sue doti canore. Non deve essere facile sapere di doversi confrontare con una voce "extraordinaire" come quella di Myles Kennedy, anche se nel corso degli anni Mark Tremonti sembra aver carpito dal suo sodale negli Alter Bridge alcuni "trucchetti" non indifferenti. Nonostante non possa attingere ad una estensione paragonabile, le sfumature armoniche impresse sui brani di "The End Will Show Us How" arrecano il copyright del "compagno di team", a partire da quelle note allungate nel vibrato che ne rappresentano uno degli spaccati maggiormente rappresentativi. L'album, come si diceva prima, suona decisamente malinconico eppure potente, dark ma anche impassibile rispetto ad una percentuale di frubilità obbligatoriamente tarata su determinati parametri odierni. Tremonti non ha mai nascosto, fin dai tempi dei Creed, l'ammirazione per certi gruppi grunge di fine millennio: l'apprezzamento per il genere arriva forse fuori tempo massimo, ma occorre sottolineare come gli stessi Alter Bridge non siano mai stati indifferenti nei riguardi di quelle coordinate stilistiche. E, nonostante il lasso temporale, il responso del pubblico è sempre stato più che lusinghiero. Lungi da me riabilitare un periodo che, piaccia o non piaccia, ha riportato concretezza in un universo musicale che era diventato probabilmente la parodia di sé stesso: l'unico "dovere" che mi sento di rispettare è quello di imbastire le lodi di un album solido come la roccia. Per i revisionismi storici alzo le mani, e lascio il compito ai tanti tuttologi del web e dei social. Affermo infatti senza ombra di smentita che canzoni come "The Mother The Earth And I" oppure "Now That I've Made It" avrebbero la struttura adatta per "pavoneggiarsi" anche se avessero fatto parte del sublime "Blackbird" degli Alter Bridge. Nulla di meno. Eppure lo spin-off Tremonti mantiene anche la promessa di una sostanza più heavy e martellante, causa perorata senza indugi dal groove di "Nails",  "Live In Fear" e "One More Time". E se Myles Kennedy, nell'ultima fatica solista ("The Art Of Letting Go"), ha accorciato brutalmente le distanze tra le iniziali ambizioni autoctone di "Year Of The Tiger" e la band madre, anche Mark segue un percorso di progressiva continuità, a discapito di una orgogliosa differenziazione. Poco coraggio? Non direi, piuttosto la definitiva presa di coscienza dell'autorità (ed autorialità) di una proposta che difficilmente può essere scissa dagli inconfondibili protagonisti. I saettanti synth, che fendono il muro del suono in "All The Wicked Things", rappresentano un interessante diversivo che rende ancora più affascinante il brumoso contenuto di "The End Will Show Us How". Il "classic hard rock" che, a nostra volta, identificavamo in determinati gruppi coi piedi ben piantati nei 70's, ha ormai mutato pelle senza tradire il primordiale DNA. Evoluzione o involuzione? Ai posteri l'ardua sentenza. 



ALESSANDRO ARIATTI 

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...