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AMARCORD: INTERVISTA LEATHER

Intervistare Leather è come un tuffo nel tempo. Nel passato, per la precisione, quando assieme a David Chastain, era solita deliziarci praticamente con un album all'anno, dal 1985 al 1990. Per non parlare di quel "Shock Waves" solista che, ancora oggi, resta oggetto di culto per veri intenditori di heavy metal. Ma si parla anche del presente perché, siamo onesti: un disco come "We Are The Chosen" demolisce la giovane concorrenza, che sembra rievocare gli 80's, con risultati spesso disarmanti. Saranno stati i tanti anni di inattività (circa una ventina da "For Those Who Dare), ma la" Ronnie Dio al femminile", come è stata sovente descritta, è tornata sulle scene con una carica pazzesca, nonché un songwriting classico e, allo stesso tempo, fresco come una rosa appena colta. Leather Leone risponde alle domande di Metal.it, e francamente è un orgoglio non da poco.

Ciao Leather, benvenuta su questa pagina. Iniziamo ovviamente da "We are the chosen", un disco maiuscolo sotto ogni punto di vista.

Ciao Alessandro e grazie per lo spazio concesso. Sì, questo nuovo album è molto importante per me e per la mia band. Io e Vinnie Tex abbiamo utilizzato il classico processo di songwriting a cui oggi praticamente tutti ricorrono. Ci siamo quindi scambiati files ed idee, rincorrendoci a vicenda attraverso l'ausilio di un iPad. Ovviamente i tempi cambiano rispetto a come eravamo abituati una volta, quando ci si ritrovava in studio in presenza: tuttavia il risultato finale è stato assolutamente all'altezza delle aspettative. Mi fa piacere che anche tu la pensi così.

Eccome! La title-track "We are the chosen" è una sorta di celebrazione dello spirito heavy metal. Puoi sintetizzare l'impatto che ha avuto questo genere nella tua vita? Personalmente, e come artista.

Vedi, io sono stata un po' tardiva nella scoperta del metal. In particolare, ho iniziato a prenderne atto e confidenza solo quando mi sono spostata di residenza, ed ho iniziato a vivere nella Bay Area. Andando direttamente nello specifico della questione, l'inizio di tutto è coinciso dopo aver scoperto Ronnie James Dio e le sue meraviglie discografiche. Ecco, diciamo che quello è stato il mio battesimo del fuoco nei riguardi di questo stile, e da allora non l'ho più abbandonato. Come ben sai.

La canzone "Who rules the world" ha per caso qualcosa a che fare con i tempi folli che stiamo vivendo da alcuni anni?

Sì e no. Nel senso che, inizialmente, si trattava di un brano che aveva a che fare con il mio personale narcisismo. Ho passato un periodo in cui pretendevo che il mondo girasse nella direzione in cui avrei voluto io. Poi, a causa delle pazzie che hanno falcidiato il mondo negli ultimi tempi, capisco che il concept possa essere letto come una risposta a tutto ciò. Ci sta, sicuramente.


"Shock waves" del 1989 fu il tuo primo lavoro solista. Che ricordi hai di quel fantastico album?
"Shock Waves" è stata un'opportunità improvvisa che mi capitò tra le mani. Fu veramente un'esperienza eccitante, perché per la prima volta potevo avere il controllo su tutto. Sia dal punto di vista lirico che melodico. Sono personalmente, ancora oggi, molto orgogliosa di quel disco, ed è un peccato che sembri apparentemente riscuotere più successo oggi che ai tempi della sua uscita.
Considerazione personale: forse perché, a quei tempi, uscivano talmente tanti capolavori che il rischio di passare inosservati era decisamente maggiore? Probabilmente fu la delusione per il suo parziale insuccesso a farti staccare dal music business per vent'anni?
Vuoi la verità? Non saprei veramente come rispondere a questa tua domanda. In realtà, pianificai uno "short break", per poi rituffarmi nella musica dopo poco. Il tempo, invece, ha preso il sopravvento. Iniziai ad occuparmi di medicinali per animali, e mi trovai così ad intraprendere un sentiero totalmente differente rispetto a quello percorso fino ad allora. La vita non sai dove ti porta, ma oggi sono tornata, più determinata che mai.
"Surrender to no one" (2013) e "We bleed metal" (2015) furono i tuoi ritorni con David Chastain. Quale dei due dischi preferisci?
Devo dire che la mia scelta ricade sicuramente su "We Bleed Metal". Infatti "Surrender To No One" ha coinciso con il mio ritorno sulle scene, e dovevo ancora tornare a prendere confidenza con la mia voce. A parte questo fattore, ritengo che "We Bleed Metal" sia contraddistinto da un songwriting superiore rispetto al suo predecessore, ed anche da una produzione nettamente migliore.
Negli anni 80, i Chastain furono incredibilmente prolifici: ben cinque dischi in sei anni. Ce n'è qualcuno a cui ti senti maggiormente legata?
Scusami, ma è veramente arduo essere oggettiva, almeno per quanto mi riguarda, rispetto ad un lotto di album che hanno rappresentato così tanto per la mia vita. L'unica cosa che posso fare, invece, è ringraziare tutti voi per mantenere ancora vivido il ricordo di quelle opere!


Ti faccio una confidenza: ascoltare i lavori con una cantante diversa da te (la pur brava Kate French), per me fu uno shock.
Sai com'è, la magia viene e poi, inevitabilmente, se ne va senza tante spiegazioni. Ovviamente avrei un sacco di cose da raccontare rispetto a quei giorni, ma temo che non la finiremmo più. Gli album dei Chastain senza di me? Non li ho nemmeno mai sentiti. Mi sono rifiutata.
Torniamo allora al presente. Qual è la tua priorità, ora? I Leather o i Chastain?
La mia priorità sono assolutamente i Leather, con i quali ho intenzione di andare in giro per il mondo e suonare il più possibile. Ci vuole tempo per pianificare date e tour, ma il tempo non mi manca. Sono pronta!


All Photos credits Rockin Ryan Stephan Richardson and Marisol Pacheco Richardson
Courtesy of SPV Steamhammer

ALESSANDRO ARIATTI 

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