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CENTVRION "HYPER MARTIRIUM" (2000)

I marchigiani Centvrion escono alla ribalta in un periodo non facile per un determinato tipo di suono. È vero che, dalla seconda metà degli anni '90, si respira voglia di "restaurazione" di heavy metal classico, ma le preferenze del pubblico vertono maggiormente sulla sponda power/speed, dotato di abbondanti dosi di melodia. Roba alla Stratovarius, Angra, Blind Guardian, Gamma Ray, ed i rinati Helloween, giusto per citare alcuni dei nomi più altisonanti. Il loro esordio "Arise Of The Empire", oltre che inneggiare orgogliosamente alla grandiosita' dell'impero dell'antica Roma, parla invece la lingua stilistica dei Judas Priest di quel decennio: tra riferimenti a "Painkiller", ma anche all'allora recente "Jugulator". Il punto di forza del gruppo, oltre allo zoccolo duro costituito dai fratelli Monti (basso e chitarra), è rappresentato da Germano Quintabà, screamer pazzesco che punta direttamente il suo microfono sulle onde sonore del miglior Rob Halford, con punte di asprezza del giovane (per l'epoca) Ripper Owens. Evidentemente il tasso di brutalità espresso nell'opera prima non è stato giudicato sufficiente, perché il secondo "Hyper Martirium", rilasciato un paio d'anni dopo, sconfina spesso e volentieri nel death metal. Senza scomodare i santi in paradiso, direi che un incrocio tra il succitato "Jugulator" e "Demonic" dei Testament potrebbe rendere l'idea generale. La violenza appare addirittura parossistica in diversi momenti del disco, alzando un muro talmente "denso" di elettricità da sfociare nell'ostico. Come si diceva prima, la performance di Quintabà è la parte più impressionante del lavoro, con il suo perenne alternarsi tra acuti lancinanti e growling dagli abissi dell'extreme metal. Neppure la cover conclusiva dei Judas Priest, "Riding On The Wind", viene risparmiata da un trattamento ai limiti del sacrilegio. "Hyper Martirium" tiene fede ad un titolo così implacabile, generando un micidiale mix, degno del sangue versato nel Colosseo. Bestiale, nel vero senso della parola: anche oggi, a distanza di ben cinque lustri.



ALESSANDRO ARIATTI

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