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GZR "OHMWORK" (2005)

Geezer Butler, oltre che principale lyricist dei Black Sabbath, è sempre stato il più "curiosone" e sperimentatore del gruppo. In questo 2025 compie 20 anni l'ultimo album pubblicato a nome GZR, il suo gruppo personale, che ha debuttato con l'esplosivo "Plastic Planet" nel 1995. Magari pochi si ricordano, ma a quel tempo fece molto scalpore la collaborazione tra lo storico bassista e l'allora cavallo rampante Burton Bell, voce (anzi ruggito) degli innovatori Fear Factory. Affascinato da cotanta brutalità, e soprattutto dal cyber thrash di "Demanufacture", Butler dimostrò di poter "pontificare" anche in campo estremo, mai rinunciando di dire la propria ed apporre in calce la sua prestigiosa firma al progetto. "Black Science", realizzato nel 1997, non ne ripete i fasti compositivi, poi ci si mette pure la reunion degli stessi Sabbath originali a mettere i bastoni fra le ruote ai GZR. Ci vogliono ben otto anni per vedere finalmente un successore da studio, con la formazione che registra l'ingresso di Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) al posto di Deen Castronovo (Journey, Bad English): a completare poi il quartetto troviamo il chitarrista Pedro Howse ed il vocalist/growler Clark Brown. "Ohmwork" è un disco folle, dove si può trovare veramente tutto lo scibile metal post "sdoganamento estremo", senza tuttavia rinunciare a scorie di classico che, a pezzi e bocconi, fanno capolino in questo o in quel brano. È il caso di "I Believe", sostanzialmente un brutal blues il cui riff acustico richiama antichi riti di Butler con i primi Black Sabbath. Prodotto da Geezer stesso, a quattro mani con Toby Right (Slayer, Alice In Chains, Primus, Sevendust), l'album lima l'apporto di suoni troppo sofisticati (leggasi keyboards) per puntare ad un mood decisamente più "incazzoso". Risultato perfetto? No, però è indubbio che, se corrisponde al vero il fatto che spesso i grandi dischi saltano fuori da un "buona la prima", allora "Ohmwork" dovrebbe vincere un premio. Si parla di una gestazione di dieci giorni, impressione suffragata da canzoni quali l'opener "Misfit": fresca, contagiosa, con chitarre pesanti ma allo stesso tempo immediatamente memorizzabili. C'è qualcosa di Green Day, di Foo Fighters, il tutto ovviamente riletto secondo la "prosa" Butler-iana. "Pardon My Depression" inizia più lentamente, ma ben presto alza il fattore elettrico fino ad una vera e propria esplosione, ed in "Pull The String" non si rinuncia nemmeno ad alcune partiture rap metal. "Ohmwork" è un album interessante, a volte eccessivamente dispersivo, eppure indicativo di quella "curiosità" cui si accennava all'inizio. Sicuramente da riscoprire. 
ALESSANDRO ARIATTI

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