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SEVENTHSIGN "PERPETUAL DESTINY" (1996)

Nel mare magnum della rinascita HM anni 90, successiva alla tabula rasa imposta dal grunge (ovviamente col determinante appoggio delle major), non sono solamente i "grossi" nomi a tirare la volata. Anzi, tra power e progressive metal, la scena si ripopola di entità interessanti, forse un pò nostalgiche nei punti di riferimento, ma proprio per questo funzionali al ritorno in auge (e di qualità) dei cosiddetti "mostri sacri". Non sempre, ma capita anche di imbattersi in totali "newcomers" con una bella dose di genialità in canna. È il caso dei Seventhsign da Albuquerque, un quartetto che sciorina ben poco di originale nello stile, ma può contare su una cifra tecnica straordinaria. Non vorrei sembrare contraddittorio nei riguardi di una storia che ha riservato loro poche soddisfazioni commerciali, ma anche il songwriting palesato in "Perpetual Destiny" avrebbe meritato ben altro risalto. In Italia, ad esempio, ricordo che soltanto il magazine Flash, diretto dall'amico Klaus Byron, diede il giusto risalto a questo prezioso album con una sontuosa votazione di 95/100. Le influenze Queensryche (periodo "Operation Mindcrime"/"Empire") e Fates Warning (siamo dalle parti di "Perfect Symmetry"/"Parallels") risultano piuttosto ingombranti, ma l'intensità con cui vengono presentati ed eseguiti i pezzi dell'album non consentono obiezioni.
Presi singolarmente, infatti, i quattro sono dei fenomeni, che padroneggiano i propri talenti con la personalità dei veterani, nonostante la giovane età. Il chitarrista Dan Rivera si rivela un piccolo Matheos, il cantante Gregory Analla (purtroppo scomparso nel 2018) un portentoso incrocio tra Tate ed Alder, mentre la sezione ritmica Richard Nance (batteria)/Rich Evans (basso) impone fantasia ad ogni battuta. Non che i brani siano di assimilazione troppo ardua, anzi "Aurora" e "Losing You" assecondano immediatamente un'orecchiabilità di fondo che, nel corso dell'opera, non viene quasi mai a mancare. Il "quasi" è da attribuire a pezzi come "Red Sea", fantastica nei suoi tambureggianti break dal respiro quasi jazzistico, oppure alla pesantezza sia musicale che strutturale di "Beholder". Un'ora di metal prog ai massimi livelli, proposto da autentici assi dello strumento: da un'iniziale stampa "Japan only", si arriva alla licenza di stampa europea con l'allora rampante, ed oggi super affermata, Inside Out. Un'etichetta che si chiama come un disco dei Fates Warning: esattamente come Frontiers che si autobattezza nel nome di una delle opere più celebri dei Journey. Dichiarazione d'intenti.
ALESSANDRO ARIATTI

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