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SHAMAN "RITUAL" (2002)

So che molti la pensano diversamente, infatti la band è ancora molto attiva sia da studio che dal vivo; ma per quanto mi riguarda, gli Angra iniziano e finiscono con André Matos. Poi diventano qualcosa di diverso, magari sempre di livello ("Rebirth" su tutti), tuttavia privo di quella scintilla originale che aveva acceso i primi tre album, "Holy Land" in primis. Inutile girarci intorno, trattasi del classico disco svolta-carriera, quegli stati di grazia artistici che possono essere raggiunti "once in a lifetime". Dirò di più: nonostante un riconoscimento al valore pressoché universale, "Terra Sacra" è stato qualcosa di irreplicabile anche per i colleghi di settore, incapaci di ricreare qualcosa di simile, anche solo lontanamente. Troppo peculiari le sue caratteristiche, tanto da creare una scissione insanabile pure all'interno degli Angra stessi, con i due chitarristi Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt che si rifiutano di continuare su quell'incredibile mix tra power metal, sonorità etniche ed innesti tribali. Dopo il terzo e più ordinario "Fireworks", Matos abbandona il gruppo di cui è fondatore, dovendo anche lasciare il "brand" ai due ormai ex compagni. La sezione ritmica, composta da Luis Mariutti e Ricardo Confessori, si riunisce invece all'ex capo qualche anno dopo, ovviamente in un gruppo ideato dalla fervida immaginazione di André. Già il nome, Shaman, lascerebbe intendere una prosecuzione del discorso stilistico intrapreso da "Holy Land" e bruscamente interrotto. Il titolo dell'album, "Ritual", ancora di più.
L'album può essere considerato il degno, anzi degnissimo, follow-up di "quegli" Angra; e magari non si parla di capolavoro (in senso completo) soltanto perché le analogie sono così tante da non poter evitare paragoni. In particolare, vengono riproposti i "push" ritmici della tradizione latino-americana, il grande respiro pianistico, le suggestioni progressive, il folk indigeno e la strumentazione etnica. Il duo iniziale "Ancient Winds"/"Here I Am" riporta senza indugi all'abbrivio di "Holy Land", con la netta contrapposizione tra atmosfere oniriche della prima ed il travolgente riff di chitarra della seconda, che sfocia in un refrain di rara efficacia. "For Tomorrow", con palesi richiami alla musica popolare sudamericana, e la ballad "Fairy Tale", dove André sciorina una voce angelica su una partitura di pianoforte magistrale, sono altri momenti di fortissima intensità. Non dimentichiamoci che l'artista carioca vanta un diploma in conservatorio, con specializzazione nella direzione orchestrale: un curriculum vitae che, almeno in campo HM, nessuno può vantare. Al di là di una carriera che è proseguita tra alti e bassi, "Ritual" è l'opera per cui Matos verrà maggiormente ricordato, oltre ovviamente ai suoi trascorsi negli Angra. Un infarto se lo porterà via nel 2019, alla giovanissima età di 48 anni.
ALESSANDRO ARIATTI

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