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TESTAMENT "LOW" (1994)

Ricordo ancora quando mi arrivò il promo di "Low". A differenza di molti (la stragrande maggioranza, credo), io ero rimasto affascinato dalla voglia dei Testament di creare, con "The Ritual", il "loro Black Album". Come successe, del resto, a molte thrash band from the 80's, vedi i Megadeth di "Countdown To Extinction". Già, perché a me il disco della svolta dei Metallica, era piaciuto molto, praticamente non ascoltai altro tra agosto e settembre 1991. I leaders avevano tracciato il solco, i "followers" si adeguavano, praticamente. "The Ritual" era, a mio parere, un ottimo bilanciamento tra la brutalità degli esordi e la quintessenza "almost hard rock" riportata in auge da Hetfield e soci. Ricordo ancora quello che scrisse l'amico Klaus Byron: "I Metallica ringrazino Bob Rock, altrimenti sarebbero stati dolori". Ed era vero, perché toccò a lui mantenerli comunque nei binari dell'heavy metal, a livello di suono: quando furono i membri del gruppo a decidere la veste stilistica in cui presentarsi, ecco "Load" e "Re-Load". E lì, effettivamente, furono "dolori", come anticipato profeticamente dal compianto toscanaccio: soprattutto riguardo al secondo titolo. Questo lungo preambolo perché, tutto sommato, credevo che la "contaminazione" radiofonica potesse funzionare non soltanto per i "prime movers", ma anche per il resto della ciurma "from Bay Area". Durante il Monsters Of Rock 1992 di Reggio Emilia, tuttavia, Chuck Billy si lasciò andare spesso e volentieri ad un growling spietato, specialmente durante i brani più antichi, tipo "Disciples Of The Watch", risparmiando soltanto i (pochissimi) estratti da "The Ritual". Il disco non vende e non convince i fans, Alex Skolnick e Louie Clemente fanno le valigie, e lo spettro del disbanding sembra davvero dietro l'angolo. Ecco, diciamo che, già dalle date dal vivo, si sarebbe dovuta comprendere la volontà di rivalsa dei Testament, affascinati dal groove dei Pantera e dagli abissi del death in eguale misura. Non nascondo che, inizialmente, "Low" fu per me una piccola delusione, e che solo negli ultimi due decenni sono riuscito ad inquadrarlo nella prospettiva giusta e che, sicuramente, merita. L'ingresso di James Murphy al posto di Skolnick, uno che aveva masticato extreme metal assieme a Death, Cancer e Obituary, non poteva lasciare presagire ad altro. Il sound è cupo, claustrofobico, come nella title-track o nella bestiale "Hail Mary", forse i due episodi maggiormente indicativi del nuovo corso. Almeno quelli più trascinanti. 
"Legions (In Hiding)" richiama maggiormente la tradizione del gruppo, così come la ballad "Trail Of Tears", unico momento di quiete in un mare a forza dieci. "Dog Faced Gods" è death metal allo stato puro, con Billy che anticipa la scelta "totally brutal" palesata nel successivo "Demonic" (1997). Esagerata anche "Ride", con quelle mitragliate di chitarra e batteria che sparano all'unisono come se si trattasse di un'outtake da "Far Beyond Driven" dei Pantera (uscito peraltro pochi mesi prima). Ai limiti della fusion la strumentale "Urotsukidoji", mentre "Chasing Fear" addenta alla giugulare in un saliscendi ad altissima tensione. La breve e bluesy "The Last Call", posta in chiusura del disco, conferma che i Testament vogliono seguire solo il loro istinto, fregandosene di logiche legate a scelte di mercato come quelle che, evidentemente, avevano indirizzato "The Ritual". Fenomenale il mixaggio di Michael Wagner, così come oltre ogni limite risulta il drumming secco ma ultravariegato di John Tempesta. Ecco, mi fosse consegnato oggi il promozionale di "Low", il mio giudizio sarebbe sicuramente molto, ma molto, più "clemente". Senza alcun riferimento all'ex batterista del gruppo. Mea culpa. 
ALESSANDRO ARIATTI

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