I mid 90's sono anni di grande fermento per l'Inghilterra. Tra Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride, per quanto riguarda il death/doom più atmosferico, ed i Cradle Of Filth sulla parte più brutale (ma anche poetica) della barricata, si forma un sottobosco che non risultava così vitale dai tempi della NWOBHM. Fatte le debite proporzioni, evidentemente. Tra le realtà meno conosciute, eppure più valide, un posto di rilievo va riservato ai The Blood Divine: trattasi di una sorta di "super gruppo", composto da ben tre ex Cradle Of Filth (Paul Allender alla chitarra ed i fratelli Paul e Benjamin Ryan, rispettivamente all'altra sei corde ed alle tastiere) e dalla voce dei primi Anathema, Darren J. White. Completano la line-up il bassista Steve Maloney ed il batterista William Sarginson, anch'egli gravitante per un brevissimo periodo presso la band di Dani Filth. Attorno alla band si crea un'attesa importante, dovuta prevalentemente alla statura artistica dei personaggi coinvolti, tuttavia il mix di gothic, death, doom e progressive spiazza i fan che, probabilmente, si attendevano qualcosa di più genericamente appetibile. Troppa carne al fuoco? Può essere, ma il fascino dell'organo vintage in "Moonlight Adorns" punta più ad un pubblico nostalgico che a folte schiere di accoliti presso il "nuovo" HM estremo e decadente. Interessantissimo anche il tema notturno di "Wilderness", che non disdegna richiami verso i Celtic Frost dell'avant-gardistico "Into The Pandemonium", soprattutto nelle parti vocali intimiste e struggenti di White. "Aureole" è un trascinante "quasi anthem" che crea dipendenza, mostrando tratti associabili in egual misura ai Crematory ed ai Paradise Lost periodo "Shades Of God"/"Icon". La pecca di "Awaken", che lo penalizza maggiormente in sede di apprezzamento, è proprio il fatto di non assomigliare a nulla di quanto ci si attenderebbe da una sinergia tra Cradle Of Filth ed Anathema. D'altra parte, quando si inizia con un brano di nove minuti come "So Serene", diventa difficile attendersi qualcosa che non sia "altro".
All'epoca della sua uscita (1996), complice anche la congiunzione astrale favorevole, "Awaken" viene orgogliosamente magnificato dalla stragrande maggioranza della stampa specializzata. In effetti il songwriting, appannaggio quasi esclusivo dei "Ryan brothers", è un ibrido magari poco produttivo a livello di vendite, ma alquanto gratificante per qualità espressiva. Le decadenti visioni oniriche di "Warm Summer Rain" e "These Deepest Feelings" completano la grandeur strutturale di "Artemis" e "Heart Of Ebony", mentre "In Crimson Dreams" dimostra il lato più iracondo del sestetto albionico. La produzione, di livello superiore, viene affidata al duo delle meraviglie Mags/Coleman, che si ritrovano presso i soliti Academy Studios: il suono di tastiere, per esempio, viene forgiato in perfetto Goblin style, attingendo forza dalla carica progressive applicata al metal estremo. Sfortunati anticipatori delle evoluzioni Opeth? Effettivamente la cometa The Blood Divine potrebbe essere anche interpretata così.
ALESSANDRO ARIATTI
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