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WICKED MARAYA "CYCLES" (1994)

C'era una volta un (piccolo) universo heavy metal in cui le nuove band non si limitavano a fare il verso a modelli precostituiti. Come accade da un bel pò di tempo a questa parte, per capirsi. Si partiva magari da radici già ben piantate ed affermate, tuttavia difficilmente si disdegnava quel tocco di personalità che fosse in grado di differenziarsi non solo dal passato ma anche, fatalmente, dalla concorrenza contemporanea. È il caso, nel proprio orticello, degli americani Wicked Maraya e di questo "Cycles": un album che, nel 1994, rappresenta un'autentica boccata d'aria fresca anche per chi vorrebbe replicato in eterno il suono 80's. Già, perché nel quintetto "from New York city" si possono ascoltare echi di "Rage For Order" (Queensryche), di "Trascendence" (Crimson Glory), di "Into The Mirror Black" (Sanctuary), nonché riff nervosi e decisi alla "Countdown To Extinction" (Megadeth). Tutto questo "ben di Dio", si badi, senza assomigliare a questo o quello in particolare; anzi, assumendo sembianze peculiari che avrebbero meritato riconoscimenti plebiscitari da parte del pubblico. Come sempre, almeno in quel periodo, in Italia è invece soltanto il mensile Flash ad accorgersi di loro con puntuale competenza. Una delle più evidenti caratteristiche di "Cycles" è rappresentato dall'utilizzo delle chitarre: la "synchronicity" è realmente impressionante, i fraseggi suonano taglienti come rasoi, nonostante un'innata predisposizione all'eleganza esecutiva. Altro punto distintivo si rivela la voce: non la risaputa ugola acuta, ma tonalità ora roche ora da baritono, quasi alla David Coverdale. L'effettistica contribuisce positivamente ad un senso vagamente cibernetico, anche perché estensione ed espressività non mancano mai al contesto, sia nelle parti primarie che nei controcori, decisamente avulsi dalle armonizzazioni comuni.
Il disco non presenta alcun cliché progressive, ma ne vanta lo spirito. I brani sono prevalentemente dei mid-tempo, che si dipanano su partiture lente e di grande atmosfera, ed anche la loro logica consequenziale risulta assai ben concepita. Oltre all'impatto delle sei corde, colpiscono i pattern ritmici e gli utilizzi minimali (eppure efficienti) delle tastiere, ad opera dello stesso produttore Jim Morris. Proprio quel Jim Morris dei Morrisound Studios di Tampa. Canzoni come "Another Way" e "Jacob's Dance" sono oscure, sature di pathos, ed il loro andamento groovy ne rivela la temporalità post Pantera, anche se rispettano sostanzialmente le "barriere" dell'HM classico. "Resurrection" vede degli splendidi fraseggi Queensryche in apertura, ed anche il refrain piuttosto memorizzabile riporta alle ambientazioni di "The Warning". Ai limiti del thrash l'incipit di "Face In The Mirror", ma non manca l'impennata melodica, che sfocia in un break centrale pennellato da una manciata di keyboards. "Johnny" è piuttosto scontata per la scelta del riff, ma recupera punti col refrain e soprattutto con quella chiusura tastierosa che fa molto prog. 
E se "Watching Over" sottende a distopie in stile "Operation Mindcrime", con "Alone" si alza la velocità fino a rallentamenti claustrofobici ed a sensazioni Nevermore-iane. "Winter's Garden", "Forever" e "Sign Of Heaven" persistono in una scelta artistica dalle tonalità heavy eppure, allo stesso tempo, eleganti e raffinate. Il tutto fino alla maestosa chiosa affidata a "The Legacy", che riassume nei suoi sei minuti di durata la filosofia di "questi" Wicked Maraya. E sottolineo "questi" perchè, con i dischi successivi, il quintetto si lascerà tentare da sonorità più trendy (per l'epoca), che costeranno larga parte della loro fan-base, per quanto striminzita. Fa invece piacere constatare che il gruppo esiste ancora, e che l'Ep, uscito solo in formato digitale, "Chapter V" ripropone (aggiornate al 2025) certe coordinate di questo pregiatissimo "Cycles". Opera da rivalutare con tutti gli onori.
ALESSANDRO ARIATTI 

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