Passa ai contenuti principali

PARADISE LOST "ASCENSION" (2025)


Fermi tutti. Non perché, quando "tuonano" nuove invettive musicali dei Paradise Lost bisognerebbe ascoltare in religioso silenzio. Anche per quello, certo. Stavolta però il tutto viene ingigantito da una prova letteralmente magistrale, in grado di non sfigurare rispetto ai classici rilasciati tra il 1992 ("Shades Of God") ed il 1995 ("Draconian Times"). Nel mezzo, come ben sapete, ci sta quel "Icon" (1993) che va annoverato tra i dischi metal più belli post 80's. Se posso essere sincero fino in fondo, nonostante la mia "non simpatia" verso le edizioni risuonate dei vecchi album, ho trovato la celebrazione del suo trentennale assai riuscita. Come se Holmes e Mackintosh avessero sentito il bisogno impellente di immergersi nuovamente in quel medesimo mood per riaccendere la vecchia magia, con tutti i trucchetti del caso. "Ascension" non è destinato a cambiare le sorti della band di Halifax, tantomeno di un genere i cui paletti restano ancora ben delimitati. Se dunque "Icon" rimane la pietra filosofale cui aspirare, è innegabile che quel sentore di solenne mestizia e profonda prostrazione spirituale viene riproposto ancora oggi in tutto il suo nero splendore. Il growl è ben presente, infatti "Shades Of God" rimane probabilmente il punto di partenza più evidente; anche se ovviamente, nel frattempo, ci sono stati album come "The Plague Within" e "Medusa" che ne hanno aggiornato, se non gli stilemi, almeno la "confezione" della proposta. È sempre bellissimo seguire contemporaneamente due linee melodiche all'interno degli stessi brani come ai vecchi tempi: la voce di Holmes da una parte, la chitarra di Mackintosh da un'altra, eppure la sincronia generale risulta perfetta. Vero cuore pulsante dei Paradise Lost, la sei corde di Gregor si conferma fucina pressoché inesauribile di riff e soluzioni armoniche, mai finalizzate a sé stesse, ma sempre funzionali alla creazione di un'atmosfera o di una sensazione. "Ascension" ha quindi due livelli di lettura emozionale: quello più ovvio e "superficiale", legato alle strofe intonate da Nick, ed uno maggiormente subdolo/sinuoso se ci si lascia trasportare dalle (poche) note di Mackintosh. Un lavoro diviso equamente tra il gothic doom "old school" ed il metal post "black album", disco che peraltro ebbe il suo peso anche nello snellimento artistico avvenuto durante il cruciale periodo tra i pluricitati "Shades Of God" ed "Icon". Non stupisca più di tanto, ad esempio, che l'iniziale "Serpent On The Cross" strisci mortalmente tra i meandri dell'inconscio come l'antica "Mortals Watch The Day". Oppure che le severe ambientazioni di "Tyrant's Serenade" (ideale crossover con i Type O Negative) e "Lay A Wreath Upon The World" ribadiscano l'approccio unico ed originale di una band inconfondibile tra un milione. Perché, al netto di un papabile hit quale "Savage Days", il segreto della longevità sta tutto qui. 
ALESSANDRO ARIATTI 

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...