Formatisi nel 2009, attorno al duo Jari Lindholm (chitarra/tastiere) e Sèbastien Pierre (voce/tastiere), gli Enshine hanno pompato prezioso ossigeno ad un genere diventato spesso asfittico nel corso degli anni. I loro due album "Origin" (2013) e "Singularity" (2015) hanno avuto infatti un notevole impatto sulla scena doom/goth/death, in virtù di un songwriting ispiratissimo, che andava a calcare la mano sugli aspetti maggiormente emozionali della proposta. Loro stessi definiscono la propria musica come "esplorazione del mondo interiore", andando a rispolverare antiche sensazioni che, nei primi anni '90, furono portate alla ribalta dai vari Crematory, The Gathering, Paradise Lost e via dicendo. Enshine aggiungono un tocco moderno, imbastendo melodie sognanti che vengono evocate dalle tastiere e da un lavoro di chitarra che non lascia mai nulla al caso. Con l'aiuto di Gianni Koskinas (basso) e Marcelo Aires (batteria), Jari e Sèbastien tornano con un nuovo lavoro completo ad oltre dieci anni dal predecessore. Sia "Origin" che "Singularity" vennero giustamente osannati per le loro atmosfere, in cui le keyboards rivestivano un ruolo di primissimo piano, ed "Elevation" prosegue sostanzialmente nella medesima direzione. I synth sono mesmerizzanti, così come gli arrangiamenti che ne conseguono, e gli assoli della sei corde appaiono quasi come una protesi delle stesse linee melodiche. Il cantato, ovviamente in growl, suona certamente acido ed arcigno, ma allo stesso tempo appassionato nelle sue tonalità aspre. La sezione ritmica non deve indurre a particolari pattern creativi, limitandosi a sostenere una solidità di base che non richiede improbabili fantasie. Se "Elevation" insiste sulla falsariga del passato, non possono assolutamente passare sottotraccia i progressi in fase di scrittura e produzione, perché francamente non si riesce ad individuare un solo punto debole. Arduo citare brani singoli in un album che richiede totale immersione psichica e fedele devozione emotiva, ma che a sua volte offre tutto ciò che promette. E pure qualcosa di più: stupendo.
ALESSANDRO ARIATTI
Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

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