Con gli Overkill non si entra semplicemente in un disco: si varca una soglia che porta dentro un mondo dove tutto è più duro, più caldo, più feroce del normale. Come se il thrash diventasse materia viva che respira, graffia e non ti lascia mai davvero uscire; "The Years of Decay" è proprio il punto in cui questa forza prende forma definitiva, diventa massiccia, ragionata e, allo stesso tempo, completamente fuori controllo. Un equilibrio raro, tra intelligenza e pura aggressione, che sembra fatto apposta per travolgerti
Bobby Blitz qui è una creatura in stato di combustione continua: non interpreta ma sputa energia, rabbia e ironia velenosa, come se ogni frase fosse l'ultima. E proprio questo lo rende irresistibile, mentre il chitarrista Bobby Gustafson costruisce riff che non sono semplici accompagnamento, ma veri e propri colpi d’ascia, secchi, precisi, affilati, che danno al disco quella sensazione di attacco frontale costante, senza mai lasciare spazio al respiro
Sotto tutto questo si muove una sezione ritmica che tiene insieme il caos con una precisione quasi militare, in cui D.D. Verni non si limita a seguire ma spinge, incastra e rende tutto più pesante, come un motore che non smette mai di girare. Sid Falck, dal canto suo, picchia con una dinamica che alterna velocità e controllo come se stesse inseguendo qualcosa che non deve mai essere raggiunto del tutto
E poi ci sono tre momenti che, da soli, raccontano l’identità del disco: "Time To Kill" che entra come una porta sfondata senza nessun avvertimento, diretto, brutale, immediato. "Elimination", che è pura scarica di violenza sonora con un groove velenoso che si attacca alla pelle e non molla più. Infine "The Years of Decay" che spezza tutto, rallenta, si incupisce e trascina dentro una zona più pesante, dove il thrash smette di correre ed inizia a schiacciare.
Il disco, nel suo insieme, è una svolta netta perché non è più solo velocità e aggressione cieca; è controllo della distruzione, è tensione costruita col coltello tra i denti, è la dimostrazione che puoi essere ancora più violento quando impari a dosare il colpo invece di spararlo a caso.
E quando finisce, non lascia sollievo, ma una sensazione sporca e vibrante, come se qualcosa fosse rimasto acceso sotto la pelle, una pressione che non se ne va subito, un rumore interno che continua a martellare anche nel silenzio. Ed in questo sta la sua vera brutalità. Non nel volume ma nel fatto che non ti molla più, nemmeno dopo che è tutto finito.
JOE PRIVITERA

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