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RITCHIE BLACKMORE'S RAINBOW "STRANGER IN US ALL" (1995)




Esauritosi il teatrino dell'allontanamento di Gillan, rientro di Gillan, ed annessi sgarbi reciproci sul palco, Ritchie Blackmore decide che per lui è abbastanza. Lascia i Deep Purple sbattendo la porta, e ci mette zero secondi a riesumare dalla naftalina il banner Rainbow.


Social o non social, il chitarrista inglese è sempre stato un tipo ombroso, schivo nei confronti della stampa, e lascia trapelare ben poche notizie riguardo a quella che sarebbe stata la band a dover pubblicare un seguito dell'ormai vetusto "Bent Out Of Shape" (1983). Ci sono fans che si girano nella testa "film mentali", sognando una reunion con Ronnie James Dio e Cozy Powell, o magari molto più umilmente anche soltanto con Joe Lynn Turner al microfono. Niente di tutto ciò, Blackmore se ne frega di rigurgiti nostalgici, andando probabilmente contro i propri interessi economici, ed ingaggia una formazione completamente nuova. L'Arcobaleno datato 1995 vede infatti il nuovo talento Doogie White (ex Midnight Blue) alla voce, Paul Morris (dai misconosciuti From The Fire) alle tastiere, John O'Reilly (ex Jack Starr Band) alla batteria, e Gregg Smith (Wendy O'WilliamsVinnie Moore ed Alice Cooper) al basso.

Nulla di trascendentale a livello di notorietà, e non si capisce bene se per la voglia di Ritchie di ripartire praticamente da zero, oppure se per un più concreto discorso di accentramento personale. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma tant'è. C'è gente, come il succitato Turner, che non si riprenderà mai più dalla "grande esclusione" da un posto che pensava gli spettasse di diritto, altri come Ronnie James Dio che semplicemente se ne fregano, in quanto non abituati a leccare il culo a nessuno. Vedi il rifiuto a suonare come opener di Ozzy al Costa Mesa, che gli costò il posto nei Black Sabbath per la seconda volta.

Registrato a New York, con la produzione di Pat Regan e dello stesso Blackmore, "Stranger In Us All" suona assai lontano dalle raffinate sofisticazioni del peraltro magnifico "Bent Out Of Shape", andando a ripescare uno stile più riottoso, stilisticamente in bilico tra "Long Live Rock'n'Roll" e "Down To Earth". Strepitoso l'inizio con la rutilante "Wolf To The Moon", incentrata su un riff "classico che più classico non si può", ed una linea melodica peraltro accompagnata costantemente da una ficcante slide guitar dall'inizio alla fine. Il lato più hard'n'roll, non distante appunto dal periodo Graham Bonnett, è rappresentato fedelmente dalla vibrante "Cold Hearted Woman", dalla sbarazzina "Stand And Fight", e soprattutto da una "Too Late For Tears", che vede Doogie White salire in cattedra senza timori reverenziali nei confronti del passato.
Il frontman scozzese si rivela una bella sorpresa, e figura egregiamente sia nei brani più diretti che in quelli dal taglio maggiormente ambizioso, come l'ipnotica "Hunting Humans (Insatiable)", la fiabesca "Ariel", e la neoclassica "Black Masquerade", molto più candidata ad essere ricordata come ideale sequel di "A Gypsy's Kiss" rispetto alla scialba "A Twist In The Tale". Non mancano ovviamente i ripescaggi alla tradizione ("Hall Of The Mountain King"), oppure le autocitazioni dal passato ("Still I'm Sad" degli Yardbirds, già coverizzata sul primo album), eppure sono versioni fresche e vitali, che non "puzzano" di già visto o già sentito. Il disco raggiunge il disco d'oro in Giappone, paese che in quegli anni diventa un'ancora di salvezza per "vecchi dinosauri", ma si piazza bene anche in alcune nazioni europei come Germania, Finlandia e Svezia.

Ovviamente le charts che contano, quelle americane ed inglesi, sono tutte prese dalle evoluzioni/involuzioni di Seattle, e "Stranger In Us All" viene visto per lo più come fastidioso ciarpame da nascondere sotto il tappeto. Peccato, perchè l'album è del tutto degno di figurare nella discografia dei Rainbow, ed avrebbe sicuramente meritato un seguito. Almeno prima che Ritchie e gentil signora decidessero di ritirarsi alla corte dei Blackmore's Night.


ALESSANDRO ARIATTI







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