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STEVE SYLVESTER "FREE MAN" (1993)


È il 1993, Steve Sylvester ed i suoi Death SS hanno ormai assunto un ruolo fondamentale nella scena metal italiana, al di là del leggendario demo "Horned God Of The Witches" che ne sancì l'entrata in pompa magna nell'underground "infernale". Un mondo, quello del "vampiro" pesarese, abitato da presenze impalpabili, pervaso da visioni terrificanti, ammantato da una coltre occulta che, nel bene e nel male, ne ha sempre anticipato la fama.

"Heavy Demons", il terzo album del gruppo, sembra quello del definitivo lancio internazionale, complice anche la produzione di Sven Conquest, stimatissimo professionista che ne affila il suono senza scalfirne il morboso fascino. Tuttavia il fallimento della Contempo Records tarpa le ali ad una possibile affermazione su larga scala, mettendo momentaneamente Steve con le spalle al muro.

Aggiungiamo pure le congiunzioni astrali sicuramente non propizie per un certo tipo di suono, definito all'epoca "classico" per non dire dinosaurico, e la frittata (amara) è servita. Sylvester mette quindi momentaneamente in standby la sua creatura "maledetta", e decide di tentare la carta solista.

"Free Man" ha una gestazione molto tribolata, la sua uscita viene annunciata e posticipata in continuazione, tanto che il demo promozionale circolante in alcuni contesti redazionali potrebbe oggi diventare autentico oggetto di culto per i collezionisti ed i completisti maggiormente incalliti.

Nel corso delle sue interviste, Steve non ha mai fatto mistero del suo amore spropositato per il dark sound degli anni 70, predicato non soltanto dai più grandi esponenti del settore, ma anche da un accanito schieramento di "comparse" dal pari valore.

Mi riferisco ovviamente ai chiari di luna battezzati, in acqua sconsacrata, da entità esoteriche come Black Widow, High Tide, Atomic Rooster. Tutta gente già omaggiata dai Death SS con versioni aggiornate di alcuni loro classici tipo "In Ancient Days", "Come To The Sabbat", "Death Walks Behind You" e "Futulist's Lament".

Stavolta però il discorso si capovolge, esattamente come quella croce maneggiata spesso al contrario da Sylvester nel corso delle sue famigerate esibizioni live.

Ora tocca al frontman italiano dimostrare che quelle colte influenze artistiche, così strombazzate a mezzo stampa, possono concretizzarsi in un coerente svolgimento stilistico. Il risultato non delude affatto le aspettative, anzi in qualche modo le travalica prepotentemente. Non c'è infatti solamente la lezione impartita da Black Sabbath ed affini tra le suggestioni del disco, ma anche una vena di melodica decadenza che evoca le scorribande androgine di Slade e Sweet, altri nomi sovente sulla bocca di Steve.

Il rinnovato patto di non belligeranza (dopo tempo immemore) con Paul Chain, altro fondatore dei Death SS, non poteva che partorire oscuri labirinti di terrore, come dimostra l'iniziale "Broken Soul", ma soprattutto l'autentico capolavoro doom metal "Underground Life", con quelle chitarre "doppiate" che preparano la via per le melodie vocali di Sylvester. L'alchemica unione tra i due si rinnova nella dissacratoria "Deadly Sin", nel mirabile connubio Black Widow/Black Sabbath di "Agreement With The Devil" e "The Wail Of The Ocean", ma anche in situazioni decisamente più modernizzanti come "Run Away", con quell'ossessionante riff dal vago gusto industrial.

Curiosamente il titolo dell'album deriva dall'unica cover presente, quella "Free Man" autografata Angel Witch che avrebbe ispirato anche i padrini Black Sabbath nella song ad elevata frequenza demoniaca "Born Again". Il binomio Sylvester/Panigada, che aveva invece firmato l'hit "Where Have You Gone" su "Heavy Demons", si ripropone (come prevedibile) nella canzone più epidermica in assoluto, quella "People Who Live In Glasshouses Should Not Throw Stones" magistralmente bilanciata tra linee melodiche di immediata fruibilità ed un tripudio di tastiere che ne conduce la danza tribale. La sostanza più easy listening viene lasciata per il gran finale, con l'ironica "Preacher Man", scatenato sleaze'n'roll contro "l'esercito" (del Male) che qualifica il rock come perniciosa forma d'arte, e con la ballad corale "Dirty Game".

Entrambe le tracce sono scritte a quattro mani con Max Bronx, che i meno giovani ricorderanno sicuramente per aver militato nei valorosi street metallers toscani Shabby Trick. "Free Man" è un lavoro a dir poco strutturato e completo, che sancisce il talento di un'artista sicuramente discusso, ma praticamente impossibile da ignorare.

La seconda prova solista "Mad Messiah" non ne ripeterà i fasti, ed infatti, di lì a poco, Steve si troverà a posizionare nuovamente i Death SS sulla rampa di lancio per nuove, eccitanti avventure horrorifiche.


ALESSANDRO ARIATTI






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