Passa ai contenuti principali

STRATOVARIUS "DESTINY" (1998)




Tra il 1994 ed il 1997 cambia tutto in casa Stratovarius. Inizialmente l'ingresso del vocalist Timo Kotipelto su "Fourth Dimension" (1995) toglie al leader Timo Tolkki l'incombenza di occuparsi anche del cantato, lasciandolo quindi focalizzato sulla sua chitarra e, ovviamente, sul songwriting. Non basta, è il 1996 quando l'ingresso di due assi dei rispettivi strumenti, come Jorg Michael (batteria) e Jens Johansson (tastiere), sposta l'asticella tecnico/qualitativa ulteriormente in alto. La doppietta "Episode"/"Visions" rappresenta letteralmente il "Paradise" per gli appassionati del power metal di derivazione europea, con la sua sapiente miscela tra le melodie degli Helloween e gli istrionismi musicali di Yngwie Malmsteen: al netto delle "vedove" di album ruspanti come "Twilight Time" e "Dreamspace", stilisticamente meno focalizzati ma più eterogenei nella proposta. Il dirompente successo di "Visions" spinge gli Stratovarius al top della scena mondiale, ed a conferma di una simile affermazione su larga scala viene rilasciato il doppio live "Visions Of Europe", pubblicato anche in forma di VHS/DVD. Timo Tolkki inizia però a cedere sotto i colpi della pressione, perchè se è vero che "Destiny" esce ad un anno e mezzo dal suo predecessore, è anche vero che i suoi demoni personali iniziano a bussare alla porta. Settembre 1998: è la prima volta che mi ritrovo ad un'intervista promozionale nel solito albergo milanese senza avere il "mastermind" del gruppo come interlocutore, tanto che non riesco a nascondere lo stupore di dover interloquire con Timo Kotipelto riguardo ad un disco che è, come sempre, quasi totalmente farina del sacco Tolkki. Non nego che la chiacchierata risulta molto, ma molto meno interessante rispetto alla consueta conversazione a ruota libera con il chitarrista finlandese, ed onestamente penso ne abbia risentito anche la qualità dell'articolo conseguente. Del resto, credo ancora oggi che un lavoro umbratile, cupo e quasi "rassegnato" come "Destiny" avrebbe avuto bisogno delle relative informazioni direttamente dal suo autore, perché il clima che si respira tra le sue canzoni risulta totalmente differente rispetto alle sensazioni provocati dal recente passato. La title-track apre con un etereo coro di stampo operistico, per poi innescare una cavalcata power di dieci minuti che, nonostante le sue splendide melodie, non riesce a nascondere l'amarezza di un testo ai limiti del nichilismo. Intendiamoci, gli Stratovarius di "Destiny" continuano a suonare la "loro" musica, non si trasformano certo in una gothic band, tuttavia la tristezza elargita a piene mani da ballad "pesantissime" come "Years Go By" e "Venus In The Morning" gettano sull'opera una cappa di tristezza persino palpabile. Come se fossimo investiti improvvisamente da un inaspettato velo di brina in un'insospettabile serata estiva. Kotipelto scrive "No Turning Back", fucilata speed che fin dagli intenti si propone di dare un seguito ai pattern di 'Father Time" o "Forever Free", tuttavia non è esattamente questo il mood dominante del disco. Molto meglio (in un simile contesto) "Cold Winter Nights", che parla delle lunghissime notti degli inverni scandinavi, nelle quali si cerca di scorgere "un modo per sopravvivere" all'apatia ed alla depressione. Indicativa anche la scelta del primo singolo "S.O.S.", up-tempo dalla tenebrosa coralità che viene accompagnato da un video "stile horror", approccio dark fino ad allora poco battuto in casa Stratovarius. Tre ragazzini entrano in una chiesa sperduta, nella quale abita una sorta di demone che assomiglia tanto alla Morte de Il Settimo Sigillo di Bergman: ne usciranno con occhi diversi, in una sorta di nuova consapevolezza verso l'età adulta. Probabilmente è ciò che attraversa Timo Tolkki in quel periodo, quando inizia a fare i conti con il ricordo di un padre alcolizzato e suicida, come ci racconterà nell'album solista "Hymn To Life", tra struggenti melodie, memorie lancinanti, livido rancore, ma anche speranza per una vita più serena. Alla luce di determinate esperienze, e con l'ausilio del suo libro autobiografico Loneliness Of A Thousand Years, forse scorgerete in "Destiny" un segno premonitore dell'imminente declino psicologico del chitarrista scandinavo. E magari gli perdonerete pure qualche scivolone di credibilità nel corso degli anni seguenti.

ALESSANDRO ARIATTI





Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...