Passa ai contenuti principali

BEHEMOTH "THE SHIT OV GOD" (2025)


In ambito extreme metal, credo che ben pochi possano vantare, ed aver vantato anche in passato, il livello di popolarità di Adam Darsky, in arte Nergal. La sua è ormai diventata una figura quasi istituzionale dell'anti-sistema, il che può essere considerato praticamente un ossimoro. "Con questo nuovo album sono un po' voluto tornare a suoni più semplici, senza troppe sovrastrutture. In fondo io ascoltavo Slayer, Mayhem, Morbid Angel ed Iron Maiden" dice il leader dei Behemoth. Con queste premesse, era ovvio attendersi da "The Shit Ov God" (classico titolo provocatorio) una marcia indietro, quantomeno parziale, rispetto alle ultime due uscite da studio. Diciamo che la solita produzione "grandesque" di Nuclear Blast non favorisce rigurgiti HM primitivi: la batteria sembra una mitragliatrice impazzita, che ingigantisce a dismisura l'impatto dei 38 minuti di musica qui presenti. Assieme alla teatrale voce "blackened death" di Nergal, posta ovviamente al centro del mixing, assistiamo alla celebrazione di un "duopolio" sonico che ha ben poco di spontaneo e molto di artificiale. Precisato questo, è tuttavia intellettualmente onesto ammettere la netta efficacia di composizioni quali "The Shadow Elite" e della title-track, con quelle chitarre "gelide" che ogni tanto fanno capolino. Si tratta di piccoli dettagli in un contesto così impattante, però probabilmente è questo il limite massimo a cui sono potuti spingersi i "demoni" di Danzica. Non credo che ciò sia sufficiente ai puristi per rivalutare la reputazione dei Behemoth, perché la qualità di registrazione non rappresenta certamente una "conditio sine qua non" al fine di giudicare la qualità di un album. Anzi, solitamente trattasi di un'equazione inversamente proporzionale. E non è certo il caso di "The Shit Ov God". Ci sono riferimenti alle tematiche di "The Satanist" (per chi scrive la loro opera migliore), raccolti in brani di manifesta filosofia spiccia tipo "Luciferaeon" ed "O Venus Come". Un compendio di attentato alla morale e di invettive calcolate, forse freddo nella forma estetica, ma piacevole per qualità espressiva.


ALESSANDRO ARIATTI

Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

MEGADETH "MEGADETH" (2026)

So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersu...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...