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"STEELBOUND": IL RITORNO AL FUTURO DEI BATTLE BEAST

Forse chi non ha vissuto gli 80's non se ne rende conto, ma Battle Beast sono molto (moooolto) di più del tipico "rigurgito" nostalgico di quel periodo. Tra richiami ad antiche alchimie (la sedicente NWOTHM), riproposizioni in "stile povero" di determinati suoni (la stragrande maggioranza del melodic rock/AOR), si è persa la sapienza compositiva di quel cocktail unico. I Battle Beast, album dopo album, e soprattutto con l'ingresso in formazione di quel fenomeno chiamato Noora Louhimo, hanno notevolmente ampliato il raggio d'azione, inglobando caratteristiche peculiari di quell'epoca con la massima naturalezza. Puoi farlo, certo, ma soltanto quando hai una front(wo)man che ti permette praticamente qualsiasi cosa ti passi per la mente. "Steelbound" è il settimo disco da studio, ed ovviamente la malizia compositiva si è affinata in modo importante: sembra incredibile che la stessa Noora abbia dichiarato in tempi non sospetti "prima dei Battle Beast non sapevo nulla di hard rock o heavy metal". La sua duttilità consente al gruppo finnico di passare da corazzate HM contaminate dal power di ultima generazione, ad hit super sonici come "Angel Of Midnight", nettamente l'highlight della situazione. Il pezzo è un hair killer che cita nel finale persino "No Easy Way Out" di Robert Tepper (soundtrack di Rocky IV), con le tastiere che ne replicano il disperato assolo di chitarra. La title-track è un pomp metal corazzato ad hoc, mentre "Here We Are" sceglie un approccio più arioso e soave (si fa per dire), ben sintetizzato dall'etereo refrain. 
"Twilight Cabaret" pare il follow up, musicale e testuale, della celeberrima "King For A Day"; e se il risultato funziona, il tutto non può non risentire di un senso di deja-vu piacevole, ma non certo sorprendente. "The Burning Within" spinge sull'acceleratore del ritmo, una dote che non manca mai nel miglior songwriting del gruppo, fino a sfiorare il danzereccio in "Riders Of The Storm". Se "Circus Of Doom" aveva stuzzicato maggiormente l'istrionismo teatrale di Noora, istigando una kitsch-erie, se possibile, anche più accentuata del solito, "Steelbound" riprende la semplicità di un "Bringer Of Pain" e la freschezza melodica di un "No More Hollywood Endings". Il risultato finale, ovviamente, non stravolge assolutamente nulla, eppure si lascia ascoltare dall'inizio alla fine senza alcun momento/motivo di noia. Probabilmente è questione di gusti (ho un debole per loro e soprattutto per la Loohimo), ma oggi non sembra per nulla un esito scontato.
ALESSANDRO ARIATTI 

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