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ARMORED SAINT 'DELIRIOUS NOMAD" (1985)

Nel 2025 l’heavy metal festeggia 45 anni di onorata presenza sulle tavole dei musicofili. Chi l’avrebbe detto? Praticamente mezzo secolo di chitarre pesanti, ritmiche anfetaminiche, voci squillanti e tutto il “parlamentario” annesso che accompagna solitamente la descrizione sommaria del genere. Personalmente credo infatti che tutto parta da quel 1980 che vede uscire “robetta” tipo il primo Iron Maiden, “Heaven & Hell”, “Blizzard Of Oz”, “British Steel”, “Back In Black”, e chi più ne ha più ne metta. Prima dell’annata in questione, e precedentemente alla divulgazione “urbi et orbi” della NWOBHM, non esiste una “stampa specializzata”, né ufficiale (riviste) né ufficiosa (fanzine). Lo stesso dress code del metal kid, con tanto di chiodo e toppe delle band preferite, è un’usanza che prende piede negli Eighties, non prima. La potenza di fuoco che si sprigiona dall’Inghilterra infetta ben presto anche gli USA, sempre in prima fila nell’adottare tendenze nuove e rimodellarle a proprio uso e consumo. Armored Saint debuttano sulla raccolta “Metal Massacre II” col pezzo “Lesson Well Learned”, quindi realizzano un omonimo e leggendario EP, che vale loro la promozione in “major league” grazie alla firma con Chrysalis Records. “March Of The Saint” del 1984 è indubbiamente un classico, e pazienza se la produzione non rende completa giustizia ad una collezione di pezzi strepitosi. Poco importa, perché l’anno successivo è la volta di “Delirious Nomad”, affidato alle grinfie del fenomenale Max Norman, all’epoca uno dei più efficaci demiurghi del suono HM stelle e strisce. L’album palpita di una tensione mai più raggiunta dagli Armored Saint stessi, con la voce di un John Bush letteralmente “out of this world” per pathos e spettacolarizzazione esecutiva. “Aftermath”, “Long Before I Die” o “Nervous Man” elevano il concetto di “musica dura” a nuovo emblema di espressività, con le chitarre di Dave Prichard e Phil Sandoval (se ne andrà durante le registrazioni) ad ergere un muro di suono inespugnabile per chiunque. Siamo negli anni di The Day After, un film che ha terrorizzato una generazione intera, e la paura della “Bomba” viene efficacemente illustrata nell’artwork di copertina. Questo per dire che il quintetto di Pasadena incarna, musica ed immagine, un periodo storico ben preciso, incanalandone gioia e dolori, speranze e timori. Sarebbe bello, allo scoccare dei 50 anni dalla “metal decade”, constatarne la continuità.
ALESSANDRO ARIATTI 

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