Sebbene non molto conosciuti, i Fuath di Andy Wallace continuano a cadenzare le proprie uscite, ad un ritmo quinquennale. Saor restano ovviamente il "main business" del musicista scozzese, ma sarebbe ingeneroso e persino masochista non soffermarsi sulle qualità di questa terza uscita. Nessuno influsso folk, nessuna concessione ad aperture "aliene": anzi, si può dire che "III" tenti la carta del black metal più "raw and basic" possibile. Il suono è comunque buono, ma l'approccio in stile "True Norwegian BM" si manifesta immediatamente in quel picking di chitarra freddo come i ghiacci eterni, trademark inconfondibile che ha fatto "tremare il mondo". Quarantadue minuti per quattro brani, inaugurati da una "The Cailleach" che inaugura l'album con un tocco di malinconia, sfociante pian piano in un odio ferale. Resta intatta la sottostante vena poetica, la quale non impedisce tuttavia di gettarci in un vortice di tenebra, generata da dissonanze e disperate urla di dannazione. Il suono dell'immancabile tastiera contribuisce ovviamente alla circolarità emozionale, un trucchetto ormai risaputo ma sempre efficace del genere in questione. Più corta ma non meno incisiva "Embers Of The Fading Age", che esplode fin dai primi secondi senza tanti preamboli. La voce di Wallace è aspra e furiosa, finché non viene spezzata da una bella armonia dove solo il "beat" ricorda che ci troviamo pur sempre in ambito estremo. Il finale disperato è la certificazione di "autenticità black" ad un brano magistralmente suddiviso in quattro ideali mini-suite. "Possessed By Starlight" aggiunge una micidiale "scapocciata" Bathory al consueto armamentario anni '90, che invece viene quasi pedissequamente rispettato nel secondo piece de resistance "The Slaugh", posto idealmente a chiusura dell'opera. Nulla di nuovo sotto la neve, ma è indubbio che, nelle mani dei Fuath, la tradizione risulti ben rispettata ed omaggiata a dovere. ALESSANDRO ARIATTI
Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

Commenti
Posta un commento