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FUATH "III" (2026)

Sebbene non molto conosciuti, i Fuath di Andy Wallace continuano a cadenzare le proprie uscite, ad un ritmo quinquennale. Saor restano ovviamente il "main business" del musicista scozzese, ma sarebbe ingeneroso e persino masochista non soffermarsi sulle qualità di questa terza uscita. Nessuno influsso folk, nessuna concessione ad aperture "aliene": anzi, si può dire che "III" tenti la carta del black metal più "raw and basic" possibile. Il suono è comunque buono, ma l'approccio in stile "True Norwegian BM" si manifesta immediatamente in quel picking di chitarra freddo come i ghiacci eterni, trademark inconfondibile che ha fatto "tremare il mondo". Quarantadue minuti per quattro brani, inaugurati da una "The Cailleach" che inaugura l'album con un tocco di malinconia, sfociante pian piano in un odio ferale. Resta intatta la sottostante vena poetica, la quale non impedisce tuttavia di gettarci in un vortice di tenebra, generata da dissonanze e disperate urla di dannazione. Il suono dell'immancabile tastiera contribuisce ovviamente alla circolarità emozionale, un trucchetto ormai risaputo ma sempre efficace del genere in questione. Più corta ma non meno incisiva "Embers Of The Fading Age", che esplode fin dai primi secondi senza tanti preamboli. La voce di Wallace è aspra e furiosa, finché non viene spezzata da una bella armonia dove solo il "beat" ricorda che ci troviamo pur sempre in ambito estremo. Il finale disperato è la certificazione di "autenticità black" ad un brano magistralmente suddiviso in quattro ideali mini-suite. "Possessed By Starlight" aggiunge una micidiale "scapocciata" Bathory al consueto armamentario anni '90, che invece viene quasi pedissequamente rispettato nel secondo piece de resistance "The Slaugh", posto idealmente a chiusura dell'opera. Nulla di nuovo sotto la neve, ma è indubbio che, nelle mani dei Fuath, la tradizione risulti ben rispettata ed omaggiata a dovere. 
ALESSANDRO ARIATTI 

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