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GIUFFRIA "GIUFFRIA" (1984)

Dopo l’addio alle scene in concomitanza dello scarso successo del capolavoro “Sinful”, per chi scrive queste righe il più luminoso esempio di pop-metal mai pubblicato ancora oggi (e nettamente), Gregg Giuffria ha in mente un progetto piuttosto ambizioso per rilanciare gli Angel “sotto nuova veste”. Oltre al leonino tastierista, della squadra farebbero parte i fidi Punky Meadows e Barry Brandt, con l’illustre aggiunta di Rudy Sarzo (ex Ozzy, a quel tempo in forza ai numeri uno di Billboard Quiet Riot) e Danny Ferguson. Il producer Andy Johns è già pronto per assistere ai voleri della line-up in questione, anche se poi non se ne farà nulla per motivazioni varie. Gregg non si perde d’animo, e vara una nuova formazione che comprende il cantante David Glenn Eisley, il chitarrista Craig Goldy (proveniente dai Rough Cutt e futuro axeman dei Dio in sostituzione del fenomeno Vivian Campbell), il bassista Chuck Wright ed il batterista Alan Krigger. Punto di partenza stilistico? Un aggiornamento del suono Angel-ico, a partire dai synth di “20th Century Foxes”, brano inedito presente sul doppio dal vivo “Live Without A Net”. Il motivo? Ovviamente adeguarsi ai dettami degli ‘80’s, per abbracciarne l’estetica ed incrementare le chances di riconoscimento commerciale. Siamo nell’iconico 1984, e Giuffria collabora anche al primo album dei White Sister (un vero cult-classic), tanto che alcune soluzioni di quel 33 giri sembrano essere replicate sull’omonimo esordio del gruppo battezzato col suo cognome. La stessa ugola di Eisley si distacca piuttosto prepotentemente dalle tonalità pulite di Frank DiMino, e cala il disco in una contemporaneità che poco ha a che vedere con gli anni ’70. Si parte con un eterno masterpiece, ovvero quella “Do Me Right” che traccia un solco evidentissimo sull’utilizzo delle tastiere nel decennio di riferimento, indipendentemente da un successo commerciale tutto sommato piuttosto limitato. C’è poi l’altro lato della medaglia, ovvero “Call To The Heart” e "Lonely In Love" che indicano già la via maestra per quello che diventerà il secondo lavoro del quintetto “Silk+Steel”, maggiormente canalizzato verso un universo AOR Journey-esque. “Don’t Tear Me Down” e “Turn Me On” incendiano la chitarra di Craig Goldy, che duetta a campo aperto con i sintetizzatori di Gregg: oggi potrebbe sembrare tutto “scontato”, ma vi assicuro che per l’epoca si tratta di materiale originalissimo e, se vogliamo, pure innovativo nella scelta delle soluzioni. “Trouble Again” è il perfect crime di “Giuffria”, grazie in special modo ad un assolo di keys tra i più belli ed intensi di tutti gli Eighties! Come già anticipato, nel 1986 sarà la volta del summenzionato “Silk+Steel”, messo letteralmente su un piedistallo dai puristi melodic rock. Sarà, ma credo che la personalità ed il bilanciamento di questo esordio sia qualcosa di irripetibile: anche per gli House Of Lords stessi.
ALESSANDRO ARIATTI

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