Passa ai contenuti principali

KANSAS "THE ABSENCE OF PRESENCE" (2020)

Curioso come, nell'anno della pandemia, i gloriosi Kansas se ne escano con un titolo simile. "L'assenza della presenza": proprio nel periodo in cui abbiamo scoperto, a nostre spese, quanto la vicinanza umana sia un aspetto imprescindibile della vita. Passando al lato musicale dell'opera, ormai non fa più rumore la mancanza di Steve Walsh e di Kerry Livgren: anzi, è proprio per l'abbandono del primo che la band si permette la seconda uscita discografica nel giro di quattro anni. È lo stesso cantante, infatti, a rifiutarsi di pubblicare per tanto tempo nuovo materiale inedito, anche perché l'onere del songwriting ricade sempre unicamente sulle sue spalle. E scrivere un album dei Kansas da solo non è certo cosa da poco. In ogni caso, Phil Ehart, Richard Williams, David Ragsdale e Billy Greer sembrano una certificazione di "autenticità" sufficientemente significativa per legittimarne l'eredità. 
Il "nuovo sangue" viene pompato dal vocalist Ronnie Platt, dal tastierista/corista Tom Brislin (già con Yes e Meat Loaf), nonchè dal chitarrista Zak Rizvi, che si incarica pure di produzione e mixaggio. Il disco è il logico successore di "The Prelude Implicit" del 2016, con una leggera accentuazione dei lati prog ed FM allo stesso tempo. Strepitosa la title-track, con quell'inizio a "goccia di pianoforte" che ricorda "Echoes" dei Pink Floyd, la cui melodia viene immediatamente incanalata dal violino di Ragsdale. La voce di Platt è pacata e suadente, perfetta per questa nuova fase della band, decisamente lontana dai "fantasmi interiori" che Walsh puntualmente evocava. Se ancora ha un significato compiuto acquistare cd a scatola chiusa, senza farsi influenzare dai "pezzi e bocconi" sparsi sul web, "The Absence Of Presence" sarebbe in prima fila. Ma non ci si può certo esimere dal sottolineare un livello di scrittura ed arrangiamento che sfiorano il sublime, come dimostrato dalla classica Kansas-piece "Throwing Mountains" oppure dalle oniriche melodie di "Jets Overhead". 
Rispetto a "The Prelude Implicit", il disco aggiunge solenni rifiniture e leviga eccessi di entusiasmo, preferendo rifugiarsi a volte in un sicuro AOR ("Memories Down The Line") piuttosto che avventurarsi in astruse novità. D'altronde, dopo il pesantissimo stand-by 2000-2016 in seguito a "Somewhere To Elsewhere", procedere con i piedi di piombo per assestare la line-up sembra una scelta pressoché obbligata. "Never" è un'altra traccia imponente nella propria definizione armonica, mentre "Animals On The Roof" insinua una certa continuità verso i Deep Purple. Non dimentichiamoci infatti che Steve Morse contribuì (e non poco) a "Power", ed "In The Spirit Of Things", LP's del rilancio dei Kansas negli Eighties dopo i "bagordi" della decade precedente. La ricerca della perfezione formale si concretizza anche in un suono di tastiere meno Hammond oriented rispetto al predecessore, ed è veramente difficile stabilire quale dei due dischi risulti il più convincente. Il tempo darà la sua risposta, nessuna fretta.
ALESSANDRO ARIATTI

Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

INTERVISTA A BEPPE RIVA

C'è stato un tempo in cui le riviste musicali hanno rappresentato un significativo fenomeno di formazione personale e culturale, ed in cui la definizione "giornalista" non era affatto un termine usurpato. Anzi, restando nell'ambito delle sette note, c'è una persona che, più di tutte, ha esercitato un impatto decisivo. Sia nell'indirizzo degli ascolti che successivamente, almeno per quanto mi riguarda, nel ruolo di scribacchino. Il suo nome è Beppe Riva. E direi che non serve aggiungere altro. La parola al Maestro. Ciao Beppe. Innanzitutto grazie di aver accettato l'invito per questa chiacchierata. Per me, che ti seguo dai tempi degli inserti Hard'n'Heavy di Rockerilla, è un vero onore. Inizierei però dal presente: cosa ha spinto te e l'amico/collega storico Giancarlo Trombetti ad aprire www.rockaroundtheblog.it? Ciao Alessandro, grazie a te delle belle parole. L'ipotesi del Blog era in discussione da tempo; l'intento era quello di ritag...

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...