Curioso come, nell'anno della pandemia, i gloriosi Kansas se ne escano con un titolo simile. "L'assenza della presenza": proprio nel periodo in cui abbiamo scoperto, a nostre spese, quanto la vicinanza umana sia un aspetto imprescindibile della vita. Passando al lato musicale dell'opera, ormai non fa più rumore la mancanza di Steve Walsh e di Kerry Livgren: anzi, è proprio per l'abbandono del primo che la band si permette la seconda uscita discografica nel giro di quattro anni. È lo stesso cantante, infatti, a rifiutarsi di pubblicare per tanto tempo nuovo materiale inedito, anche perché l'onere del songwriting ricade sempre unicamente sulle sue spalle. E scrivere un album dei Kansas da solo non è certo cosa da poco. In ogni caso, Phil Ehart, Richard Williams, David Ragsdale e Billy Greer sembrano una certificazione di "autenticità" sufficientemente significativa per legittimarne l'eredità. Il "nuovo sangue" viene pompato dal vocalist Ronnie Platt, dal tastierista/corista Tom Brislin (già con Yes e Meat Loaf), nonchè dal chitarrista Zak Rizvi, che si incarica pure di produzione e mixaggio. Il disco è il logico successore di "The Prelude Implicit" del 2016, con una leggera accentuazione dei lati prog ed FM allo stesso tempo. Strepitosa la title-track, con quell'inizio a "goccia di pianoforte" che ricorda "Echoes" dei Pink Floyd, la cui melodia viene immediatamente incanalata dal violino di Ragsdale. La voce di Platt è pacata e suadente, perfetta per questa nuova fase della band, decisamente lontana dai "fantasmi interiori" che Walsh puntualmente evocava. Se ancora ha un significato compiuto acquistare cd a scatola chiusa, senza farsi influenzare dai "pezzi e bocconi" sparsi sul web, "The Absence Of Presence" sarebbe in prima fila. Ma non ci si può certo esimere dal sottolineare un livello di scrittura ed arrangiamento che sfiorano il sublime, come dimostrato dalla classica Kansas-piece "Throwing Mountains" oppure dalle oniriche melodie di "Jets Overhead". Rispetto a "The Prelude Implicit", il disco aggiunge solenni rifiniture e leviga eccessi di entusiasmo, preferendo rifugiarsi a volte in un sicuro AOR ("Memories Down The Line") piuttosto che avventurarsi in astruse novità. D'altronde, dopo il pesantissimo stand-by 2000-2016 in seguito a "Somewhere To Elsewhere", procedere con i piedi di piombo per assestare la line-up sembra una scelta pressoché obbligata. "Never" è un'altra traccia imponente nella propria definizione armonica, mentre "Animals On The Roof" insinua una certa continuità verso i Deep Purple. Non dimentichiamoci infatti che Steve Morse contribuì (e non poco) a "Power", ed "In The Spirit Of Things", LP's del rilancio dei Kansas negli Eighties dopo i "bagordi" della decade precedente. La ricerca della perfezione formale si concretizza anche in un suono di tastiere meno Hammond oriented rispetto al predecessore, ed è veramente difficile stabilire quale dei due dischi risulti il più convincente. Il tempo darà la sua risposta, nessuna fretta.
ALESSANDRO ARIATTI


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